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Fontana di Trevi Roma

Una celebre tradizione vuole che porti fortuna lanciare una moneta nella fontana volgendole le spalle, perché in questo modo si tornerà sicuramente nella città. Le monete, raccolte quotidianamente, vengono destinate dal comune di Roma ad opere caritatevoli.

È stata profondamente restaurata nel 1998, quando è stata ripulita ed è stato ammodernato e sistemato anche l’impianto idraulico.

Storia

La storia della fontana inizia, in un certo senso, ai tempi dell’imperatore Augusto, quando il genero Agrippa fece arrivare l’acqua corrente fino al Pantheon ed alle sue terme grazie alla costruzione dell’acquedotto Vergine (che si può ammirare anche a Piazza del Popolo). Leggendaria è l’origine del nome Vergine che, secondo Frontino, sarebbe stato dato dallo stesso Agrippa in ricordo di una fanciulla (in latino virgo) che indicò il luogo delle sorgenti ai soldati che ne andavano in cerca.

L’Acquedotto dell’acqua Vergine, benché compromesso e assai ridotto nella portata dall’assedio dei Goti di Vitige nel 537, rimase in uso per tutto il medioevo: fu restaurato già dall’VIII secolo, poi ancora dal Comune nel XII e da Niccolò V e Paolo IV a metà del XV secolo, quando l’acqua tornò a fluire abbondante in una grande vasca con tre bocche di notevole portata. Ma le sorgenti originarie furono riallacciate solo nel 1570 da Pio V, che collocò la vasca dal lato opposto di quello della fontana attuale.

Papa Urbano VIII (Barberini) (1623 – 1644) per primo ordina una “trasformazione” della piazza e della fontana a Giovan Lorenzo Bernini, in modo da creare un nuovo nucleo scenografico vicino al proprio palazzo famigliare, Palazzo Barberini, e ben visibile dal Palazzo del Quirinale, sua residenza. Bernini progetta una grande mostra d’acqua, ribaltando ortogonalmente la mostra dell’acquedotto, sino ad arrivare all’allineamento odierno. La mostra da lui progettata, nota da varia documentazione illustrata, era costituita da un’architettura traforata,incentrata sulla statua della vergine Trivia posta su un basamento sotto il livello dell’acqua, a sembrare sbucare dall’acqua stessa. La morte del Papa e il conseguente processo aperto contro la famiglia Barberini dal nuovo pontefice Innocenzo X Pamphilj con la decisione di affidare al Borromini il trasporto dell’acqua Vergine sino a Piazza Navona per realizzare una nuova mostra monumentale dinanzi al proprio palazzo (realizzata per altro sempre dal Bernini), porterà a interrompere lavori a livello della vasca e basamento.

Papa Innocenzo XIII (Conti) (1721- 1724) fa allargare le proprietà della propria famiglia fino alla piazza di Trevi, e il palazzo Poli (i componenti della famiglia erano i duchi di Poli) “ingloba” diversi edifici più piccoli, ed arriva ad affacciarsi dietro alla fontana rimasta incompiuta.

All’inizio del XVIII secolo quello della fontana di Trevi diventa un tema obbligato per i numerosi architetti di passaggio a Roma, e l’Accademia di san Luca ne fa il tema di diversi concorsi. Si conoscono disegni e pensieri di Nicola Michetti, Luigi Vanvitelli, Ferdinando Fuga ed altri architetti italiani e stranieri.

Tocca a Papa Clemente XII Corsini (1730 – 1740), nel 1731, il compito di riprendere in mano le sorti della piazza e della fontana: nell’ambito delle grandi commissioni del suo Pontificato che porteranno al completamento di grandi fabbriche rimaste incompiute, bandisce un importante concorso per la costruzione di una grande mostra d’acqua che occupi l’intera facciata del palazzo Poli, con grande disappunto dei duchi di Poli, ancora proprietari dell’edificio, che avrebbero visto la facciata del proprio palazzo diminuita di due interassi di finestre e ancor più coronata dallo stemma Corsini. Il bando viene vinto da Nicolò Salvi, e alcuni diranno a “riparazione” del concorso per la facciata di San Giovanni in Laterano. Salvi inizia la costruzione della fontana nel 1732, impostando l’opera secondo un progetto che raccorda influenze barocche e ancor più berniniane al nuovo monumentalismo classicista che caratterizzerà tutto il pontificato di Clemente XII. Egli riprende l’idea di fondo di Urbano VIII e di Bernini, l’idea di narrare, tramite architettura e scultura insieme, la storia dell’Acqua Vergine.

Papa Clemente XII inaugura la fontana nel 1735, con i lavori ancora in corso. Nel 1740, però, la costruzione viene ancora una volta interrotta, per riprendere solo due anni più tardi.

Papa Benedetto XIV (Lambertini) (1740 – 1758) pretende una seconda inaugurazione nel 1744. La prima fase dei lavori termina nel 1747, quando vengono completate le statue e le rocce posticce. Nonostante la morte di Niccolò Salvi (1751), la costruzione prosegue sotto la guida di Giuseppe Panini, che porta finalmente l’opera a compimento nel 1762, sotto Papa Clemente XIII (Rezzonico) (1758 – 1769). Al cantiere, andato avanti per circa un trentennio, hanno lavorato almeno dieci scultori, da Maini a Bracci, oltre al Salvi e al Panini stessi. Alla fine, però, la fontana di Trevi diventa una scenografia e simbolo fondamentale della Roma papale.

Trevi sotterranea: la Città dell’acqua

Il fatto che l’acquedotto Vergine non sia mai andato completamente in rovina è testimoniato anche dalla bimillenaria stratificazione di costruzioni presente nella zona del Trivium (che era il nome originario di Trevi).

Alla fine degli anni novanta lavori di scavo per ristrutturazione e di consolidamento in un gruppo di immobili presso la fontana portarono alla scoperta di una vasta e complessa area archeologica, oggi riorganizzata e visitabile con il titolo “La città dell’acqua”.

Ne riemersero le tracce di un’insula di età neroniana che dava sul Vicus caprarius, poi convertita in parte in una domus signorile, a metà del IV secolo, e in parte in una grande cisterna di raccolta, per l’appunto, dell’Acqua Vergine. Nello stesso comprensorio, e in parte sovrapposti ai precedenti, sono stati portati alla luce anche resti di edifici del XII e XIII secolo; dell’urbanizzazione di quell’epoca sono del resto visibili le tracce nel portico medioevale conservato sul lato della piazza di fronte alla fontana.

altLa fontana di Trevi e il cinema

Il mondo del cinema non è rimasto indifferente di fronte alla magnificenza ed alla fama della fontana di Trevi. Del 1964 è il film che porta il suo nome – appunto, Fontana di Trevi – girato nel 1964 dal regista Carlo Campogalliani su sceneggiatura di Federico Zardi.

Il monumento è protagonista di una delle scene più famose del cinema italiano e, forse, di quello mondiale: in La Dolce Vita di Federico Fellini, Anita Ekberg si tuffa nella vasca, invitando Marcello Mastroianni a fare lo stesso.

Precedentemente, la fontana era stata protagonista del film statunitense Tre soldi nella fontana, dove la fontana del titolo è proprio quella di Trevi.

In Tototruffa 62 Totò tenta di vendere la fontana ad uno sprovveduto ed ignaro turista, e con essa i diritti d’autore per tutte le foto scattate dagli altri turisti, scatenando in questo modo una serie di gag ed incomprensioni.

La fontana appare come sfondo principale nel videoclip della canzone Thank You for Loving Me del noto gruppo Bon Jovi.

Si è vista nel film :”Lizzie McGuire: da liceale a pop star”

altCultura popolare

La pesca nella fontana: un’antenna telescopica con magnete a mo’ di amo sono gli attrezzi del mestiere
l'”Asso di Coppe”

Probabilmente l’imponenza stessa della fontana è all’origine di leggende e aneddoti che le si infittiscono attorno.

* Il lancio della monetina: la tradizione più conosciuta e persistente dice che (citata anche nella canzone Arrivederci Roma) lanciando di spalle una moneta dentro la fontana ci si propizia un futuro ritorno nella città. Si ignorano le origini della tradizione, che però potrebbe scaturire nell’usanza di gettare nelle fonti sacre oboli o piccoli doni per propiziarsi la divinità locali.
Il comune di Roma ha deliberato che tutte le monetine recuperate siano destinate alla Caritas della capitale; il che non impedisce a qualche “dilettante” di fare recuperi personali, se non ci sono vigili a guardare.
* L’acqua dell’amore: quando se ne attingeva ancora acqua da bere (e l’acqua di Trevi era considerata tra le migliori di Roma, per non essere calcarea come l’Acqua Marcia; oggi si usa solo per irrigazione e per alimentare le fontane), le ragazze ne facevano bere un bicchiere al fidanzato che partiva – bicchiere che poi frantumavano in segno e augurio di fedeltà.
* L’asso di coppe: sulla destra della fontana c’è un grande vaso di travertino (detto Asso di coppe): le chiacchiere del tempo dicono che il Salvi l’avesse fatto mettere lì per disturbare la vista di un barbiere che aveva bottega lì a fianco e continuava a criticare il lavoro dell’architetto.[2]
* Turisti: oggi piazza di Trevi è un tipico caso di “turismo insostenibile”: affollata ad ogni ora del giorno e della notte da centinaia di turisti, ambulanti, cacciatori di occasioni, è possibile goderne la bellezza praticamente solo fra le 3 di notte e le 9 di mattina, soprattutto d’estate e nei periodi di alta stagione turistica.

altIl 19 ottobre 2007 la fontana è stata oggetto di un atto dimostrativo, da molti ritenuto vandalico, rovesciando del colorante a base di anilina nelle sue acque tingendole di un rosso molto vivo. La sera stessa, tuttavia, la fontana è stata ripulita e riportata allo stato precedente in quanto il colorante non era tale da intaccare i marmi, come subitamente temuto. Il gesto è stato rivendicato da un gruppo autodefinitosi di avanguardia futurista attraverso un volantino ritrovato presso la fontana stessa, inneggiante contro l’amministrazione capitolina e gli sprechi, prendendo a pretesto la contemporanea “Festa internazionale del cinema di Roma”. Dopo le indagini della Digos è stato arrestato e successivamente scarcerato Graziano Cecchini, l’autore del «gesto».

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Villa Borghese Roma

altVilla Borghese Roma

è un grande parco della città di Roma  che comprende sistemazioni a verde di diverso tipo, dal giardino all’italiana  alle ampie aree di stile inglese, edifici, piccoli fabbricati, fontane e laghetti.

È il terzo più grande parco pubblico a Roma (circa 80 ettari), dopo Villa Doria-Pamphili e Villa Ada e si estende in gran parte sul quartiere Pinciano e in piccola parte sul rione Campo Marzio, divisi dalle Mura aureliane.

Descrizione

Il grande parco contiene diversi edifici ed ha 9 ingressi: tra i più frequentati quello di Porta Pinciana, quello dalla scalinata di Trinità dei Monti, quello dalle rampe del Pincio a piazza del Popolo e l’ingresso monumentale di Piazzale Flaminio. Il “giardino del Pincio” (corrispondente al colle Pincio), nella parte sud del parco, offre un noto panorama su Roma.

L’edificio della villa (“Villa Borghese Pinciana”), oggi sede della Galleria Borghese, fu costruita dall’architetto Flaminio Ponzio, che sviluppò gli schizzi di Scipione Borghese. Ora è la sede della Galleria Borghese. Alla morte di Ponzio, i lavori furono terminati dal fiammingo Giovanni Vasanzio. L’edificio fu destinato da Camillo Borghese a contenere le sculture di Bernini, tra cui il David e Apollo e Dafne, e di Antonio Canova (Paolina Borghese) nonché le pitture di Tiziano, Raffaello e del Caravaggio.

Contigua a Villa Borghese, ma oggi fuori dal perimetro vero e proprio del parco, ai piedi del colle, è Villa Giulia, costruita nel 1551 – 1555 come residenza estiva per papa Giulio III, che ora ospita il Museo nazionale etrusco. Era legata a Villa Borghese anche Villa Medici, sede dell’Accademia francese a Roma. Altri edifici sparsi nei giardini di Villa Borghese, su viale delle Belle Arti, sono stati edificati in occasione della Esposizione internazionale tenutasi a Roma nel 1911 per festeggiare il primo cinquantenario dell’Unità d’Italia. La Galleria nazionale d’arte moderna risale a questo periodo.

altLa villa ospita anche lo zoo di Roma trasformato recentemente in bioparco ed il Museo civico di zoologia, mentre la “Casina delle Rose” è oggi la sede della Casa del Cinema. Nei pressi di quest’ultima si trova il Cinema dei Piccoli, la sala cinematografica più piccola al mondo.

È sede del concorso ippico Piazza di Siena, giunto nel 2009 alla 77ma edizione.

Nel 2003 è stato inaugurato il Silvano Toti Globe Theatre, una ricostruzione del Globe Theatre di Shakespeare a Londra.

Storia

Villa Borghese: l’ingresso monumentale su piazzale Flaminio

Il nucleo della tenuta era già di proprietà dei Borghese nel 1580, sul sito nel quale è stata identificata anche la posizione dei Giardini di Lucullo (o horti luculliani).

Il possedimento fu ampliato con una serie di acquisti e acquisizioni dal cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V e futuro patrono di Gianlorenzo Bernini, con l’intento di crearvi una “villa di delizie” e il più vasto giardino costruito a Roma dall’antichità. Nel 1606 la realizzazione degli edifici fu affidata dal cardinale agli architetti Flaminio Ponzio e, dopo la morte del predecessore, a Giovanni Vasanzio (Jan van Santen); gli architetti furono affiancati dal giardiniere Domenico Savini da Montelpulciano e dall’intervento anche altri artisti, quali Pietro e Gianlorenzo Bernini. La villa era completata nel 1633.

Nel 1766 lavori di trasformazione furono intrapresi dal principe Marcantonio IV Colonna, nel “Casino nobile” (ora sede della Galleria Borghese) e nel “Casino dei giuochi d’acqua” (attuale “Aranciera” e sede del Museo Carlo Bilotti), e soprattutto nel parco, con la sistemazione del “Giardino del lago”, ad opera degli architetti Antonio e Mario Asprucci. Tutto il giardino venne ornato di fontane e piccole fabbriche che permettevano di godere di scorci prospettici suggestivi.

Agli inizi del XIX secolo la villa venne ulteriormente ampliata da Camillo Borghese con l’acquisto di terreni verso Porta del Popolo e Porta Pinciana, che furono integrati alla villa con l’intervento dell’architetto Luigi Canina. Nel corso del secolo gran parte della precedente giardino formale fu trasformato in giardino di paesaggio di gusto inglese. Durante tutto il secolo i giardini furono aperti per il passeggio festivo e vi erano ospitate feste popolari con canti e balli.

Il complesso fu acquistato dallo Stato italiano nel 1901 e ceduto al comune di Roma nel 1903 per essere stabilmente aperto al pubblico, mentre iniziava la lottizzazione della confinante Villa Ludovisi sui cui terreni stava sorgendo l’omonimo quartiere. La villa fu acquistata per 3 milioni di lire dell’epoca (equivalenti a circa 10 milioni di euro attuali), e denominata ufficialmente “Villa comunale Umberto I già Borghese”. I romani non smisero mai di chiamarla Villa Borghese.

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Il Pantheon Roma

altIl Pantheon Roma

(“tempio di tutti gli dei”) è un edificio di Roma antica, costruito come tempio dedicato alle divinità dell’olimpo. I Romani lo chiamano amichevolmente la Rotonna (“la Rotonda”), dal nome della piazza antistante. Fu fatto ricostruire dall’imperatore Adriano tra il 118 e il 128 d.C., dopo che gli incendi del 80 e del 110 d.C. avevano danneggiato la costruzione precedente di età augustea.

All’inizio del VII secolo il Pantheon è stato convertito in chiesa cristiana, chiamata Santa Maria ad Martyres, il che gli ha consentito di sopravvivere quasi integro alle spoliazioni apportate agli edifici della Roma classica dai papi.

altIl Pantheon di Agrippa

Il primo Pantheon fu fatto costruire nel 27-25 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, amico e genero di Augusto, nel quadro della monumentalizzazione del Campo Marzio, affidandone la realizzazione a Lucio Cocceio Aucto. Esso sorgeva infatti fra i Saepta Iulia e la basilica di Nettuno, fatti erigere a spese dello stesso Agrippa.

L’iscrizione originale di dedica dell’edificio, riportata sulla successiva ricostruzione di epoca adrianea, recita: M.AGRIPPA.L.F.COS.TERTIVM.FECIT (“Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, edificò”, CIL VI, 896=ILS 129); il terzo consolato di Agrippa risale appunto all’anno 27 a.C. Tuttavia Cassio Dione Cocceiano lo elenca con la basilica di Nettuno e il Gymnasium Laconiano tra le opere di Agrippa terminate nel 25 a.C.[2]

Dai resti a circa 2,50 metri sotto l’edificio attuale, rinvenuti alla fine del XIX secolo, si sa che questo primo tempio era di pianta rettangolare (metri 43,76×19,82[3]) con cella disposta trasversalmente, più larga che lunga (come il tempio della Concordia nel Foro Romano e il piccolo tempio di Veiove sul Campidoglio), costruito in blocchi di travertino rivestiti da lastre di marmo. L’edificio era rivolto verso sud, in senso opposto alla ricostruzione adrianea, preceduto da un pronao sul lato lungo che misurava in larghezza 21,26 metri. Davanti ad esso si trovava un’area scoperta circolare, una sorta di piazza che separava il tempio dalla basilica di Nettuno, recintata da un muretto in opera reticolata e con pavimento in lastre di travertino. Sopra queste lastre vennero poi posate altre in marmo, forse durante il restauro domizianeo.

L’edificio di Agrippa aveva comunque l’asse centrale che coincideva con quello dell’edificio più recente e la larghezza della cella era uguale al diametro interno della rotonda. L’intera profondità dell’edificio augusteo coincide inoltre con la profondità del pronao adrianeo. Dalle fonti sappiamo che i capitelli erano realizzati in bronzo e che la decorazione comprendeva delle cariatidi e statue frontonali. Il tempio si affacciava su una piazza (ora occupata dalla rotonda adrianea) limitata sul lato opposto dalla basilica di Nettuno.

Cassio Dione Cocceiano afferma che il “Pantheon” potesse avere questo nome forse dal fatto di accogliere le statue di molte divinità, ma che la sua personale opinione fosse che il nome derivasse dal fatto che la cupola della costruzione richiamava la volta celeste (e quindi le sette divinità planetarie), e che l’intenzione di Agrippa era stata quella di creare un luogo di culto dinastico, dedicato agli dei protettori della Gens Iulia (Marte e Venere), e dove fosse collocata una statua di Ottaviano Augusto da cui l’edificio avesse derivato il nome. Essendosi l’imperatore opposto ad entrambe le cose, Agrippa fece porre all’interno una statua del Divo Giulio, (ossia di Cesare divinizzato) e, all’esterno, nel pronao, una di Ottaviano e una di sé stesso, a celebrazione della loro amicizia e del proprio zelo per il bene pubblico.

L’edificio venne decorato dall’artista neoattico Diogenes di Atene e, distrutto dal fuoco nell’80, venne restaurato sotto Domiziano, ma subì una seconda distruzione sotto Traiano.

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Museo Nazionale di Capodimonte Napoli

 

La storia
Nel 1738  Carlo di Borbone re di Napoli, affidò ad Angelo Carasale, a Giovanni Antonio Medrano ed Antonio Canevari i lavori per la costruzione della Reggia di Capodimonte. In principio il re ebbe l’idea di costruire un casino di caccia sulla collina di Capodimonte.
La Reggia di Capodimonte in una foto del 1880 circa

Solo in un secondo momento, il re decise di costruire un palazzo che potesse ospitare le pregiate collezioni Farnese ereditate dalla madre Elisabetta. I lavori, iniziati il 9 settembre del 1738, proseguirono a rilento per circa un secolo a causa dell’enorme difficoltà derivata dal trasporto del piperno scavato nelle cave di Pianura.

Nel 1758 una parte della Reggia fu aperta e la collezione fu sistemata. Nel 1760, Ferdinando IV affidò all’architetto Ferdinando Fuga l’ampliamento della Reggia e la cura del parco. Nel 1780 fu ospite di Capodimonte lo scultore Antonio Canova.

Nel 1787 su consiglio di Jakob Philipp Hackert fu istituito nel Museo un laboratorio di restauro dei dipinti, affidato a Federico Anders. Durante la rivoluzione del 1799, dopo che il re Ferdinando IV scappò a Palermo portando con sé nella fuga i pezzi più pregiati delle collezioni, il Palazzo fu occupato dalle truppe del generale Championnet e le raccolte darte furono saccheggiate.

Durante il Decennio francese (1806-1815) la Reggia fu privata della sua funzione museale per acquisire unesclusiva destinazione residenziale: divenne, infatti, residenza di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat.Gli ambienti del Palazzo vennero arredati e allestiti per ospitare i nuovi sovrani e tutti gli oggetti d’arte furono trasferiti nel Palazzo degli Studi, sede del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Dopo che nel 1815 Ferdinando IV tornò dall’esilio siciliano, la reggia riprese la sua funzione residenziale e si intrapresero nuovi lavori nel palazzo e nel parco. Una schiera di pittori, scultori e artigiani furono chiamati a decorare le sale della Reggia, in particolare il Salone delle Feste.

Nel 1825 con l’ascesa al trono di Francesco I vengono affidati i lavori ad Antonio Niccolini, architetto di Casa Reale. Tra il 1826 e il 1836 si realizza l’intervento urbanistico dello scalone monumentale che dal Tondo sale a Capodimonte e nel 1828, prospiciente la facciata occidentale della Reggia, viene edificata la Palazzina dei Principi destinata ad abitazione dei membri della famiglia reale, circondata da un giardino botanico modellato all’inglese.In quegli stessi anni Niccolini progetta lassetto e lapparato decorativo del Salone da ballo e del Salottino pompeiano.

Dopo la morte di Francesco I nel 1830, il nuovo sovrano Ferdinando II nel 1832, conferisce al Niccolini e a Tommaso Giordano l’incarico di portare a termine alcuni importanti interventi architettonici, vale a dire il compimento dell’edificio nel lato settentrionale, il rivestimento delle facciate e dei cortili, gli apparati decorativi del palazzo, il completamento della scala esagonale con gradini di marmo, ringhiere di ferro e riquadrature di stucco alle pareti.

Su progetto di Niccolini vengono eseguiti dagli scultori Giuseppe Calì, Francesco Saverio Citarelli, Angelo Solari e Gennaro Aveta camini marmorei ispirati a diversi stili, finemente intagliati e arricchiti di statue, mentre sono realizzati candelabri bronzei su disegno di Tito Angelini.

Edificato il terzo cortile, si progetta lo scalone monumentale per consentire l’accesso al piano nobile. Per il nuovo scalone realizzato su progetto di Tommaso Giordano, vengono utilizzati marmi di Carrara per gli ampi gradini e marmi di Mondragone per le colonne fortemente rastremate che sispirano ai templi di Paestum.

Completata finalmente la Reggia, a partire dal 1840, nei suoi ambienti, su proposta del ministro Nicola Santangelo, viene ospitata una pinacoteca darte contemporanea caratterizzata dalla presenza di ritratti della famiglia reale, dipinti di artisti italiani di formazione neoclassica e opere di pittori accademici napoletani.

Con l’Unità d’Italia, avvenuta nel 1861, la Reggia passò ai Savoia, che la utilizzarono come residenza. Nel 1864 i Savoia attuarono, grazie ad Annibale Sacco, Domenico Morelli e Federico Maldarelli, l’arricchimento delle raccolte d’arte. Sacco opera scelte collezionistiche ad ampio respiro e arricchisce le raccolte di Capodimonte. Dalla Reggia di Napoli, inoltre, giunge lArmeria sistemata in sette stanze sul lato opposto del Salone da ballo, costituita da numerose e pregevoli armature e armi bianche o da fuoco di provenienza farnesiana.

Nel 1866 venne trasferito il celebre boudoir di Maria Amalia di Sassonia, proveniente dalla Reggia di Portici, e nel 1877 un pavimento marmoreo d’età romana proveniente dalla Favorita di Resina e ritrovato nel 1788 in unantica villa romana di Capri.

Il Salottino di porcellana, iniziato nel 1757 e terminato completamente due anni dopo, fu realizzato con oltre 3000 pezzi di porcellana e fu sicuramente il lavoro più importante che abbiano mai realizzato le fabbriche europee di porcellana, e massima espressione dell’arte della porcellana di Capodimonte.

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Reggia di Caserta

Dopo il rifiuto di Nicola Salvi, afflitto da gravi problemi di salute, il sovrano si rivolse all’architetto Luigi Vanvitelli, a quel tempo impegnato nei lavori di restauro della basilica di Loreto per conto dello Stato Pontificio. Carlo III ottenne dal papa di poter incaricare l’artista e nel frattempo acquistò l’area necessaria dal duca Michelangelo Gaetani, pagandola 489.343 ducati, una somma che seppur enorme fu certamente oggetto di un forte sconto: il Gaetani, infatti, aveva già subito la confisca di una parte del patrimonio per i suoi trascorsi antiborbonici.

altIl re chiese che il progetto comprendesse, oltre al palazzo, il parco e la sistemazione dell’area urbana circostante, con l’approvvigionamento da un nuovo acquedotto (Acquedotto Carolino) che attraversasse l’annesso complesso di San Leucio. La nuova reggia doveva essere simbolo del nuovo stato borbonico e manifestare potenza e grandiosità, ma anche essere efficiente e razionale.

Il progetto si inseriva nel più ampio piano politico di Carlo III, che voleva spostare le principali strutture amministrative dello Stato a Caserta, collegandola alla capitale Napoli con un vialone monumentale di oltre 20 km.[2] Questo piano fu però realizzato solo in parte; anche lo stesso palazzo reale non fu completato della cupola e delle torri angolari previste inizialmente.
La facciata della Reggia

Vanvitelli giunse a Caserta nel 1751 e iniziò subito la progettazione del palazzo commissionatogli, con l’obbligo di farne uno dei più belli d’Europa. Il 22 novembre di quell’anno l’architetto sottopose al re di Napoli il progetto definitivo per l’approvazione.

Due mesi dopo, il 20 gennaio 1752, genetliaco del re, nel corso di una solenne cerimonia alla presenza della famiglia reale con squadroni di cavalleggeri e di dragoni che segnavano il perimetro dell’edificio, fu posta la prima pietra. Tale momento viene ricordato dall’affresco di Gennaro Maldarelli che campeggia nella volta della Sala del Trono.

L’opera faraonica che il re di Napoli gli aveva richiesto spinse Vanvitelli a circondarsi di validi collaboratori: Marcello Fronton lo affiancò nei lavori del palazzo, Francesco Collecini in quelli del parco e dell’acquedotto, mentre Martin Biancour, di Parigi, venne nominato capo-giardiniere.

L’anno dopo, quando i lavori della reggia erano già a buon punto, venne iniziata la costruzione del parco. I lavori durarono complessivamente diversi anni e alcuni dettagli rimasero incompiuti. Nel 1759, infatti, Carlo III era salito al trono di Spagna ed aveva lasciato Napoli per Madrid.

altI sovrani che gli succedettero (Ferdinando IV, divenuto poi Ferdinando I), Gioacchino Murat, che all’abbellimento della reggia diede un certo contributo, Ferdinando II e Francesco II, col quale ebbe termine in Italia la dinastia dei Borbone, non condivisero lo stesso entusiasmo di Carlo III per la realizzazione della Reggia. Inoltre, mentre ancora nel XVIII secolo non era difficile reperire manodopera economica grazie ai cosiddetti barbareschi catturati dalle navi napoletane nelle operazioni di repressione della pirateria praticata dalle popolazioni rivierasche del nordafrica, tale fonte di manodopera si azzerò nel secolo successivo con il controllo francese dell’Algeria.

Infine, il 1 marzo 1773 morì Vanvitelli al quale successe il figlio Carlo: questi, anch’egli valido architetto, era però meno estroso e caparbio del padre, al punto che trovò notevoli difficoltà a compiere l’opera secondo il progetto paterno.

Palazzo  
« Una delle creazioni planimetriche più armoniche, più logiche, più perfette dell’architettura di tutti i tempi. »
    
La reggia, definita l’ultima grande realizzazione del Barocco italiano[3], fu terminata nel 1845 (sebbene fosse già abitata nel 1780), risultando un grandioso complesso di 1200 stanze e 1790 finestre, per una spesa complessiva di 8.711.000 ducati. Nel lato meridionale, il palazzo è lungo 249 metri, alto 37,83, decorato con dodici colonne. La facciata principale presenta un avancorpo centrale sormontato da un frontone; ai lati del prospetto, dove il corpo di fabbrica longitudinale si interseca con quello trasversale, si innestano altri due avancorpi. La facciata sul giardino è uguale alla precedente, ma presenta finestre inquadrate da lesene scanalate.

Nel complesso, la reggia ricopre un’area di ben 47.310 metri. Oltre alla costruzione perimetrale rettangolare, il palazzo ha, all’interno del rettangolo, due corpi di fabbricato che s’intersecano a croce e formano quattro vasti cortili interni di oltre 3.800 metri quadrati ciascuno.

Accanto al portone centrale sono ancora visibili i basamenti sui quali dovevano essere poste le statue della Giustizia, della Magnificenza, della Clemenza e della Pace, virtù attribuite al re.

Oltre la soglia dell’entrata principale alla reggia si apre un vasto vestibolo ottagonale del diametro di 15,22 metri, adorno di venti colonne doriche. A destra e a sinistra si inseriscono i passaggi che portano ai cortili interni, mentre frontalmente un triplice porticato immette al centro topografico della reggia. In fondo, un terzo vestibolo dà adito al parco. Su un lato del vestibolo ottagonale si apre il magnifico scalone reale a doppia rampa, un autentico capolavoro di architettura tardo barocca, largo 18,50 metri alto 14,50 metri e dotato di 117 gradini, immortalato in numerose pellicole cinematografiche. Ai margini del primo pianerottolo della scalinata si trovano due leoni in marmo di Pietro Solari e Paolo Persico, mentre il soffitto, caratterizzato da una doppia volta ellittica, fu affrescato da Girolamo Starace-Franchis con Le quattro Stagioni e La reggia di Apollo; sulla parete centrale è addossata una statua di Carlo di Borbone, opera di Tommaso Solari, affiancata da La verità e Il merito, realizzate rispettivamente da Andrea Violani e Gaetano Salomone.

La doppia rampa si conclude in un vestibolo posto al centro dell’intera costruzione. Di fronte si trova l’accesso alla grande Cappella Palatina, ispirata a quella della Reggia di Versailles; questo spazio, definito da un’elegante teoria di colonne binate che sostengono una volta a botte, è stato danneggiato durante la seconda guerra mondiale, quando andarono perduti gli organi e tutti gli arredi sacri, e quindi restaurato. Sul retro della cappella, ancora inglobato all’interno del palazzo, è posto il piccolo e raffinato Teatro di Corte, caratterizzato da una pianta a ferro di cavallo; fu inaugurato nel 1769 alla presenza di Ferdinando I delle Due Sicilie.

Invece, alla sinistra del vestibolo si accede agli appartamenti veri e propri. La prima sala è quella degli Alabardieri, con dipinti di Domenico Mondo (1785), alla quale segue quella delle guardie del corpo, arredata in stile Impero e impreziosita da dodici bassorilievi di Gaetano Salomone, Paolo Persico e Tommaso Bucciano. La successiva sala, intitolata ad Alessandro il Grande e detta del “baciamano”, è affrescata da Mariano Rossi, che vi rappresentò il matrimonio tra Alessandro e Rossane (1787). Si trova al centro della facciata principale e funge da disimpegno tra l’Appartamento Vecchio e l’Appartamento Nuovo.
Scorcio della Sala del Trono

L’Appartamento Vecchio, posto sulla sinistra, fu il primo ad essere abitato da Ferdinando IV e dalla consorte Maria Carolina ed è composto da una serie di stanze con pareti rivestite in seta della fabbrica di San Leucio. Le prime quattro stanze, di conversazione, sono dedicate alle quattro stagioni ed affrescate da artisti quali Antonio Dominici e Fedele Fischetti. Segue lo studio di Ferdinando II, con dipinti a tempera di Filippo Hackert che rappresentano vedute di Capri, Persano, Ischia, la Vacchieria di San Leucio, Cava di Salerno e il giardino inglese della reggia stessa. Dallo studio si accede, mediante un disimpegno, alla camera da letto di Ferdinando II, i cui mobili però furono distrutti e rifatti in stile Impero dopo la morte del sovrano a causa di una malattia contagiosa. Oltre la camera è la sala dei ricevimenti, che, mediante una serie di anticamere, è collegata direttamente alla Biblioteca Palatina e quindi alla cosiddetta Sala Ellittica, che ospita un fulgido esempio di presepe napoletano.

L’Appartamento Nuovo, posto sulla destra della sala di Alessandro il Grande, fu costruito tra il 1806 ed il 1845. Vi si accede tramite la Sala di Marte, progettata da Antonio de Simone in stile neoclassico e affrescata da Antonio Galliano. Proseguendo oltre l’adiacente Sala di Astrea, con rilievi e stucchi dorati di Valerio Villareale e Domenico Masucci, si giunge quindi all’imponente Sala del Trono, che rappresenta l’ambiente più ricco e suggestivo degli appartamenti reali. Questo era il luogo dove il re riceveva ambasciatori e delegazioni ufficiali, in cui si amministrava la giustizia del sovrano e si tenevano i fastosi balli di corte. Una sala lunga 36 metri e larga 13,50, ricchissima di dorature e pitture, che fu terminata nel 1845 su progetto dell’architetto Gaetano Genovese. Intorno alle pareti corre una serie di medaglioni dorati con l’effigie di tutti i sovrani di Napoli, da Ruggero d’Altavilla a Ferdinando II di Borbone (tranne Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat), poi un’altra serie con gli stemmi di tutte le province del regno, mentre nella volta domina l’affresco di Gennaro Maldarelli (1844) che ricorda la cerimonia della posa della prima pietra. Le successive stanze rappresentano il cuore dell’Appartamento Nuovo e furono ultimate dopo il 1816. Tra queste si ricorda la camera di Gioacchino Murat, in stile Impero, con mobili in mogano e sedie con le iniziali dello stesso Murat.

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Palazzo Reale di Napoli

altIl Palazzo Reale di Napoli

è una delle quattro residenze reali usate dai regnanti borbonici durante il Regno delle Due Sicilie; le altre tre sono la reggia di Capodimonte sita a nord del centro storico, la reggia di Caserta e la reggia di Portici alle pendici del Vesuvio.

Di dimensioni notevoli, il palazzo si affaccia maestoso sull’attuale Piazza del Plebiscito e fu costruito come palazzo vicereale nel 1600 da Domenico Fontana[1] su commissione dell’allora viceré conte di Lemos. Esso avrebbe dovuto ospitare il re Filippo III di Spagna, atteso a Napoli con la sua consorte per una visita ufficiale che non avvenne mai. Il palazzo divenne la residenza dei viceré spagnoli e poi di quelli austriaci ed, in seguito, dei re di casa Borbone. Dopo l’Unità d’Italia fu eletta residenza napoletana dei sovrani di casa Savoia.

Durante gli anni 1806-1815 fu arricchito da Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte con decorazioni e arredamenti neoclassici, provenienti dalle Tuileries; fu danneggiato da un incendio nel 1837 e successivamente restaurato dal 1838 al 1858 per mano di Gaetano Genovese che ampliò e regolarizzò, senza stravolgerla, l’antica fabbrica.

Durante quel periodo furono aggiunte alla struttura L’Ala delle Feste e una nuova facciata prospiciente il mare, caratterizzata da un basamento di bugnato e da una torretta-belvedere. Ad angolo con il Teatro San Carlo fu invece creata una piccola facciata in luogo del Palazzo Vecchio di don Pedro de Toledo.

Nel 1888, per volere di Umberto I, le nicchie esterne furono occupate da gigantesche statue dei re di Napoli: Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona, Carlo V d’Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II di Savoia.

Nel 1922 fu deciso (con Decreto del Ministro Anile) di trasferirvi la Biblioteca Nazionale (fino allora nel palazzo del Museo); il trasferimento dei fondi librari fu eseguito entro il 1925.

I bombardamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale e le successive occupazioni militari causarono al palazzo gravissimi danni che resero necessario un restauro ad opera della Soprintendenza ai Monumenti.

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Centro storico di Napoli

altIl centro storico di Napoli

rappresenta il primo nucleo storico della città. Si tratta del centro storico più vasto d’Europa, estendendosi su una superficie di 1700 ettari e racchiudendo 27 secoli di storia. L’area tutelata e dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco è di circa 981 ettari di estensione  e comprende i seguenti quartieri storici: Avvocata, Montecalvario, San Giuseppe, Porto, Pendino, Mercato, Chiaia, San Ferdinando, Stella, San Carlo all’Arena, San Lorenzo e Vicarìa e parte delle colline del Vomero e Posillipo.

Dichiarato dall’UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità, nel 1995 è stato inserito nella lista dei beni da tutelare con la seguente motivazione:
 
« considerando che il luogo è di eccezionale valore culturale. Napoli è una delle più antiche città d’Europa, la cui attuale struttura urbana conserva gli elementi della sua lunga e movimentata storia. La sua posizione sul Golfo di Napoli le dà un eccezionale valore universale che ha profondamente influenzato molte zone d’Europa e non solo»

Quello di Napoli è il centro storico più vasto d’Europa  e la sua particolare unicità sta nella conservazione quasi totale e nell’uso dell’antico tracciato viario greco.

L’uso moderno di queste antiche strade, in molti casi, rende difficoltoso il recupero di edifici di rilevante interesse: valga ad esempio il tentativo in corso di portare alla luce l’antico teatro le cui scene calcò Nerone nei suoi delirii istrionici.

Ricordiamo che la città ha due veri e propri nuclei originari: il primo è Pizzofalcone sulla quale nacque la città di Partenope, mentre, il secondo è la zona dei decumani dove è sorta Neapolis. In quest’ultimo in particolare, sono presenti obelischi, monasteri, chiostri, 30 e più musei, le note vie del presepe, catacombe, scavi archeologici all’aperto e sotterranei con resti romani e greci compreso l’anzidetto teatro, statue e bassorilievi, fregi monumentali, colonne medievali a reggere antichi palazzi storici. Il centro storico di Napoli, inoltre, è caratterizzato dalle sue chiese (più di 300) con il relativo tesoro artistico contenuto al loro interno (fra i principali: Caravaggio, Donatello, Giuseppe Sanmartino, Luca Giordano, Cosimo Fanzago), nonché sepolcri e tombe dei governanti che si sono susseguiti a capo della città durante i secoli.

Generalmente, gli esperti ritengono che su tutto il territorio del centro storico il numero degli edifici religiosi superi le 400 unità, comprese le chiese sconsacrate o abbandonate da secoli ed escludendo quelle di costruzione moderna.

Incidentalmente,

* l’elevato numero di chiese e fabbriche conventuali che tendevano a svilupparsi sino a formare “isola”,
* la proibizione, durante i due secoli di governo vicereale spagnolo, ad edificare al di fuori della cinta muraria,
* il forte sviluppo della città nella stessa epoca,

furono i fattori principali della configurazione del centro antico quale oggi si conosce. Infatti, precluso lo sviluppo in estensione lo si privilegiò in altezza: la circostanza che la città poggi su terreno tufaceo ha favorito pratiche di sopraelevazione di edifici preesistenti, attingendo il materiale dalle cave sotterranee già utilizzate sin dal primo nascere della città.

Nel 1980 il terremoto danneggia parte del centro storico e porta alla luce problemi strutturali e sociali (anche antichi) ai quali si decide di porre rimedio anche urbanistico con lemanazione della legge n. 219 1980, recante disposizioni per la pianificazione e il controllo dellattività edilizia, azioni sanzionatorie, di recupero e riabilitazione dell’abusivismo. Attualmente, buona parte del centro storico della città versa in condizioni poco idonee ed atte alla conservazione, infatti, molte strutture, oltre alle già citate chiese dell’arte (fontane, palazzi, architetture antiche, edicole sacre, ecc.) giacciono in condizioni di estremo abbandono: per far fronte a questa emergenza varie organizzazioni e comitati cittadini stanno cercando di far intervenire l’Unesco.

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Molo di Palazzo Ducale di Venezia

altMolo di Palazzo Ducale

A Venezia  è chiamato molo di Palazzo Ducale o di San Marco o della Piazzetta o, più semplicemente, molo il tratto di riva posto di fronte a piazza San Marco e affacciantesi sul bacino San Marco.
 
Si tratta dell’unica riva della città ad avere il nome di molo, per la sua particolare importanza di porta d’acqua di Venezia. Il molo è compreso tra i rii di Palazzo e della Zecca e unito rispettivamente alla riva degli Schiavoni e alla fondamenta dei Giardini ex-Reali dai ponti della Paglia e della Zecca. Vi si affacciano la mole di Palazzo Ducale, l’accesso della piazza con le due grandi colonne di San Marco e San Todaro, la facciata laterale della Libreria Marciana e la Zecca. Si tratta di una delle rive più basse di Venezia, particolarmente soggetta al fenomeno dell’acqua alta.
 
Il molo venne realizzato a seguito dei lavori di ampliamento dell’area marciana che, nel 1156, sotto il dogado di Vitale II Michiel, portarono all’interramento dell’antico rio Batario e soprattutto del bacino acqueo fiancheggiante il Palazzo Ducale e la Basilica di San Marco, sul quale venne realizzata la Piazzetta. Nel 1172 vennero poi erette le due colonne granitiche che costituiscono l’accesso monumentale alla piazza. Tra il 1340 e il 1404 venne realizzata la facciata di Palazzo Ducale fronteggiante il molo. Tra il 1537 e il 1588 vennero infine realizzate la Zecca e la Libreria, opera del Sansovino e di Vincenzo Scamozzi.
 
All’epoca della Serenissima Repubblica sul molo, di fronte a Palazzo Ducale, stazionava in permanenza una fusta della marina da guerra per la sorveglianza e la protezione del Palazzo, sede del governo, del bacino San Marco e dell’accesso del Canal Grande, via acquea diretta verso il cuore della città.
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Basilica di San Marco Venezia

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Basilica di San Marco

La basilica di San Marco a Venezia è la chiesa principale della città, cattedrale  della città e sede del Patriarca. È uno dei principali monumenti di piazza San Marco, che da essa prende il nome.
Sino alla caduta della Repubblica Serenissima è stata la chiesa palatina dell’attiguo palazzo Ducale, retta a prelatura territoriale sotto la guida di un primicerio nominato direttamente dal doge. Ha assunto il titolo di cattedrale a partire dal 1807, quando fu qui trasferito dall’antica cattedrale di San Pietro di Castello.
La prima Chiesa dedicata a San Marco, voluta da Giustiniano Partecipazio, fu costruita accanto al Palazzo Ducale nell’828 per ospitare le reliquie di San Marco trafugate, secondo la tradizione, ad Alessandria d’Egitto da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. Questa Chiesa sostituì la precedente cappella palatina dedicata al santo bizantino Teodoro (il cui nome era pronunciato dai veneziani Tòdaro), edificata in corrispondenza dell’attuale piazzetta dei leoni, a nord della basilica di San Marco. Risale al IX secolo anche il primo Campanile di San Marco.
 
altLa primitiva chiesa di San Marco venne poco dopo sostituita da una nuova, sita nel luogo attuale e costruita nell’832; questa però andò in fiamme durante una rivolta nel 976 e fu quindi nuovamente edificata nel 978 da Pietro Orseolo I. La basilica attuale risale ad un’altra ricostruzione (iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063 e continuata da Domenico Selvo e Vitale Falier) che ricalcò abbastanza fedelmente le dimensioni e l’impianto dell’edificio precedente. La nuova consacrazione avvenne nel 1094; la leggenda colloca nello stesso anno il ritrovamento miracoloso in un pilastro della basilica del corpo di San Marco, che era stato nascosto durante i lavori in un luogo poi dimenticato. Nel 1231 un incendio devasta la basilica di San Marco che viene subito restaurata.
 
 
La decorazione
La splendida decorazione a mosaici dorati dell’interno della basilica è già quasi completa alla fine del XII secolo. Entro la prima metà del Duecento fu costruito un vestibolo (il nartece, spesso chiamato atrio) che circondava tutto il braccio occidentale, creando le condizioni per la realizzazione di una facciata (prima di allora l’esterno era con mattoni a vista, come nella basilica di Murano).
I secoli successivi hanno visto la basilica arricchirsi continuamente di colonne, fregi, marmi, sculture, ori portati a Venezia sulle navi dei mercanti. Spesso si trattava di materiale di spoglio, ricavato cioè da antichi edifici demoliti. In particolare, il bottino del sacco di Costantinopoli nel corso della Quarta Crociata (1204) arricchì il tesoro della basilica e fornì arredi di grande prestigio.
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Piazza San Marco Venezia

altPiazza San Marco – Venezia

Piazza San Marco, situata a Venezia, è una delle più importanti piazze italiane ed è rinomata in tutto il mondo per la sua bellezza ed integrità architettonica.

E’ l’unica piazza di Venezia, in quanto tutti gli altri spazi urbani a forma di piazza sono propriamente definiti campi. Essa ha forma trapezoidale ed è lunga 170 metri.

Cuore della città lagunare e luogo simbolo dello Stato veneziano, la zona monumentale di Piazza San Marco si compone di tre settori:

* la Piazza propriamente detta, cioè la zona compresa racchiusa fra le Procuratie Vecchie e Nuove e quelle Nuovissime, con uno sviluppo architettonico di rara suggestione sul complesso monumentale della omonima basilica e l’appena prospiciente, svettante, campanile di San Marco.

* la Piazzetta o Piazzetta San Marco, propagine meridionale antistante il Palazzo Ducale e la Libreria, accesso monumentale all’area marciana per chi proviene dal mare attraverso le due famose colonne fronteggianti il Bacino San Marco, sul quale si affaccia il molo di Palazzo Ducale, l’unica riva di Venezia che porti il nome di molo.

* la Piazzetta dei Leoncini, propagine occidentale a lato della basilica e prospiciente il Palazzo Patriarcale, così chiamata per le due statue di leoni accovacciati delimitanti l’area centrale sopraelevata.