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Fontana dell’Amenano Catania

altA Catania, la Fontana dell’Amenano

si trova sul lato sud di Piazza del Duomo e di fronte al Palazzo degli Elefanti.
La fontana dell’Amenano in Piazza Duomo.

La fontana, costruita intorno alla metà del XIX secolo in marmo di Carrara, rappresenta il fiume Amenano come un giovane che tiene una cornucopia dalla quale fuoriesce dell’acqua che si versa in una vasca dal bordo bombato. L’acqua, tracimando da questa vasca, produce un effetto cascata che dà la sensazione di un lenzuolo. Da qui il modo di dire in siciliano “acqua a linzolu” per indicare la fontana.

L’acqua che cade dalla vasca si riversa nel fiume sottostante, che scorre ad un livello di circa due metri sotto la piazza. Questo è ormai l’unico punto dal quale si riesce a vedere il fiume in quanto tutto il suo corso è interrato.

Alle spalle della fontana una scalinata in pietra lavica conduce alla Pescheria antico mercato cittadino che assieme alla Vucciria di Palermo sono fra le maggiori attrazione folcloristiche delle due città siciliane.

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Piazza del duomo di Catania

altLa piazza del duomo di Catania

è, da alcuni anni, isola pedonale ed ha così acquisito quell’aspetto di tranquillità che doveva avere nel XIX secolo quando per le strade circolavano soltanto poche carrozze. In essa confluiscono tre strade, ovvero la via Etnea, la strada principale della Catania storica, la via Garibaldi e la via Vittorio Emanuele che la attraversa da est ad ovest. Sul lato orientale della piazza sorge la Cattedrale di Sant’Agata, la vergine e martire  catanese patrona della città.

Sul lato nord si trova il Palazzo degli Elefanti, ovvero, il municipio. Di fronte ad esso, si trova il Palazzo dei Chierici che è collegato al Duomo da un passaggio che corre sulla Porta Uzeda. Quest’ultima, assieme alla porta di Carlo V, fa parte dell’unico tratto rimasto delle mura della città.

Al centro della piazza si trova quello che è il simbolo di Catania, ovvero “u Liotru”, una statua in pietra lavica raffigurante un elefante, sormontata da un obelisco, posta al centro di una fontana in marmo più volte rimaneggiata.

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Anfiteatro romano di Catania

altL’Anfiteatro romano di Catania,

di cui è visibile oggi una piccola sezione in piazza Stesicoro, venne costruito nel II secolo ai margini settentrionali della città antica, a ridosso della collina Montevergine che ospitava il nucleo principale dell’abitato. La zona che oggi fa parte del centro storico della città in passato era quella delle antiche necropoli.

Storia

Il monumento fu costruito nel II secolo, la data precisa è incerta, ma il tipo di architettura fa propendere per l’ epoca tra gli imperatori Adriano e Antonino Pio. Fu raggiunto dalla lava del 252-253 ma non distrutto. Nel V secolo Teodorico re degli Ostrogoti lo utilizzò quale cava di materiale da costruzione per la edificazione di edifici in muratura e, successivamente nell’XI secolo, anche Ruggero II di Sicilia ne trasse ulteriori strutture e materiali per la costruzione della Cattedrale di Sant’Agata, sulle cui absidi si riconoscono ancora le sue pietre perfettamente tagliate usate, forse, anche nel Castello Ursino in età Federiciana. Nel XIII secolo, secondo la tradizione, furono adoperati i suoi vomitoria (gli ingressi) da parte degli Angioini per accedere nella città durante la cosiddetta Guerra dei Vespri. Nel secolo successivo gli ingressi furono murati e il rudere venne inglobato nella rete di fortificazioni Aragonese (1302). Una messa in sicurezza del rudere si ebbe con il piano di costruzione delle mura di città nel 1550; venne abbattuto il primo e il secondo piano e con le sue stesse macerie avvenne il riempimento delle gallerie. Dopo il terremoto del 1693, fu definitivamente sepolto per poi essere trasformato in piazza d’armi. In seguito vennero costruite sopra la copertura nuove case e la Chiesa di San Biagio (detta ‘A Carcaredda, cioè la fornace).

altRiscoperta

Nel XVIII secolo il principe di Biscari, per fugare ogni possibile dubbio sulla sua reale esistenza a Catania nel passato, che alcuni visitatori stranieri avevano decisamente negato, impiegò consistenti somme del suo denaro per eseguire degli scavi e, in due anni, ne portò a giorno un intero corridoio e quattro grandi archi della galleria esterna. Nel XIX secolo gli scavi erano ancora visitabili dall’ingresso su Via del Colosseo, che il popolino chiamava – e chiama tutt’ora – Catania Vecchia e su di essi si ricamava ogni tipo di leggenda. Tra tutte quella di una scolaresca che, insinuatasi nelle strutture per una visita, non ne era più uscita. Nel 1904, durante l’amministrazione De Felice si iniziarono i lavori per riportarlo alla luce, ad opera dell’architetto Filadelfo Fichera, questi vennero conclusi due anni più tardi. Nel 1907 si svolse la cerimonia di apertura, a cui fu presente anche il re Vittorio Emanuele III. In seguito, già nel primo dopoguerra, l’Anfiteatro venne lasciato decadere nuovamente al punto che molti edifici soprastanti ne usarono i cunicoli come fognatura. Nel 1943 durante il bombardamento degli Alleati che ridusse parte della città in cumuli di macerie, la struttura venne adoperata a guisa di rifugio. In seguito è stato un alternarsi di interesse e abbandono; per molti anni, nei suoi cunicoli sotterranei, è rimasto chiuso per generici problemi di sicurezza a seguito di presunti episodi tragici legati alla curiosità di visitatori che provavano ad esplorarli. Ristrutturato nel 1997, è stato aperto solo durante la stagione estiva e poi richiuso per infiltrazioni di reflui delle fognature delle case limitrofe all’interno dell’anfiteatro. Parzialmente risanato, nel luglio 1999 è stato riaperto al pubblico. Nel corso degli ultimi anni ha subìto ancora chiusure e riaperture; tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 sono stati effettuati rilievi tecnici per appurare lo stato di conservazione delle strutture dei pilastri esterni. I suoi resti, rappresentanti meno di un quarto dell’intero anfiteatro, sono visitabili dall’ingresso di piazza Stesicoro e dal vico Anfiteatro dove se ne vede l’altezza fino a parte del terzo piano. Fino al 2007 era possibile vederne una porzione del secondo piano da Via del Colosseo, oggi interamente coperto dal nuovo terrazzo di Villa Cerami. In quest’ultimo edificio, sede oggi della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania, è ancora possibile vedere parte del sistema d’archi che collegava l’Anfiteatro alla collina Montevergine (probabilmente l’antica acropoli della città). La restante parte dell’anfiteatro è ancora interrata sotto le zone di Via Neve, Via Manzoni e Via Penninello.

Struttura

L’edificio presentava la pianta di forma ellittica, l’arena misurava un diametro maggiore di 70 m ed uno minore di circa 50 m. I diametri esterni erano di 125 x 105 m, mentre la circonferenza esterna era di 309 metri e la circonferenza dell’Arena di 192 metri, e si è calcolato che poteva contenere 15.000 spettatori seduti e quasi il doppio di quella cifra con l’aggiunta di impalcature lignee per gli spettatori in piedi. Addossato alla vicina collina ne era separato da un corridoio con grandi archi e volte che facevano da sostegno per le gradinate. Era probabilmente prevista anche una copertura con grandi teli per il riparo dal forte sole o nel caso di pioggia. La cavea presentava 14 gradoni. Venne costruito con la pietra lavica dell’Etna ricoperta da marmi ed aveva trentadue ordini di posti. Vi si svolgevano anche le naumachie, vere battaglie navali con navi e combattenti dopo averlo riempito di acqua mediante l’antico acquedotto[4]. L’anfiteatro di Catania è strutturalmente il più complesso degli anfiteatri siciliani e il più grande in Sicilia. Appartiene al gruppo delle grandi fabbriche quali il Colosseo, l’anfiteatro di Capua, l’Arena di Verona. Presenta una struttura realizzata con muri radiali e volte non addossata al terreno, dove la facciata non si appoggia direttamente ai muri radiali, bensì a una galleria di distribuzione periferica. La tecnica edilizia prevede l’uso dell’opera vittata per le parti interne e quadrata per l’esterno. Le testate dei pilastri sono in opera quadrata con piccoli blocchi di pietra lavica. I paramenti denotano una certa trascuratezza: i blocchetti dell’opera quadrata sono a taglio irregolare e appaiono in buona parte di riporto. Gli archi sono realizzati esternamente con grossi mattoni rettangolari dal taglio regolare e uniti da malta di buona qualità, mentre internamente sono fatti in opera cementizia a grosse scaglie radiali. Singolare, nonostante la complessiva sobrietà dell’edificio, doveva apparire il contrasto cromatico tra la scurissima pietra lavica dei paramenti e il rosso dei mattoni delle ghiere degli archi. Una nota di prestigio era rappresentata dall’utilizzo del marmo, non solo per il rivestimento del podio, ma anche per alcune decorazioni come le erme ai lati dell’ingresso principale dell’arena. Molto probabilmente le gradinate dovevano essere in pietra calcarea realizzando un forte gioco cromatico tra il bianco dei sedili e il nero delle scalette, così come supponibile dalle costruzioni coeve.

altIngresso

Allo scavo dell’Anfiteatro si accede mediante una porta di ferro decorata ad archetti traforati nel registro superiore e totalmente liscio nel registro inferiore. A decorazione del portone metallico vennero recuperati nel 1906 alcuni frammenti di colonne marmoree che in origine dovevano costituire parte del loggiato superiore, due capitelli ionici frammentari e parte di un architrave su cui fu incisa la scritta AMPHITHEATRVM INSIGNE. L’ingresso è così formato: al centro il portone metallico i cui stipiti sono le colonne con capitello, coronato dall’architrave; le restanti due colonne sono situate nelle due estremità laterali e inserite tra queste e quelle centrali vi sono due pareti in pietra recanti le storie di due illustri personaggi di epoca Greca legati a questa zona (Caronda a sinistra, Stesicoro a destra).

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Odéon di Catania

altL’ Odéon di Catania

è situato nel centro storico della città etnea, vicino al Teatro romano.

La costruzione semicircolare aveva una capacità di circa 1500 spettatori. Oltre che per spettacoli musicali e di danza è probabile che fosse utilizzato per le prove degli spettacoli che si tenevano nel vicino teatro.

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Teatro romano di Catania

altTeatro romano di Catania

è situato nel centro storico della città etnea, tra Piazza S. Francesco, Via Vittorio Emanuele, via Timeo e via Teatro greco.

Gli studi archeologici effettuati sul teatro hanno evidenziato che la struttura romana, risalente al II secolo d.C, fu sovrapposta a una precedente costruzione del I secolo o addirittura di età greca classica. Del teatro, di circa 80 metri di diametro, si sono conservati la cavea, l’orchestra e alcune parti della scena. Costruito in pietra lavica dell’Etna, era decorato con marmi e statue (di cui fu spogliato nell’XI secolo dal conte Ruggiero per la costruzione della Cattedrale) ed è probabile che la sommità della scalea fosse sormontata da un colonnato simile a quello del teatro di Taormina. La sua capienza era di circa 7.000 spettatori. Vicino al teatro si trovano i resti dell’Odeon, anch’esso di epoca romana.

Negli anni settanta fu utilizzato per spettacoli estivi ma poi anche questo utilizzo fu abbandonato. Attualmente è quasi interamente visitabile ad eccezione delle parti ancora in restauro e degli approfondimenti in corso sulle vestigia greche che si stanno esplorando.

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Parco dell’Etna Catania

Per arrivare però alla reale costituzione del Parco, occorse attendere ancora altri sei anni ed arrivare al marzo 1987. Seguì poi nel corso dello stesso anno la costituzione dell’Ente Parco dell’Etna con sede a Nicolosi, presso l’antico monastero di San Nicolò l’Arena.

Lo scopo del Parco è quello di tutelare il patrimonio boschivo e la conservazione e lo sviluppo delle specie floreali e faunistiche specifiche dei luoghi e di regolamentare e coordinare lo sviluppo di quelle attività turistiche che possano dare fruibilità ai luoghi e benessere alle popolazioni insediate nell’ambito territoriale.

altFlora

Nella zona sommitale del vulcano non vi è alcun tipo di vegetazione in quanto sulle lave recenti nessun seme può germogliare. Scendendo intorno ai 2400 metri si incontrano la saponaria (Saponaria sicula), l’astragalo siciliano (Astragalus siculus) e qualche muschio e lichene.
Già intorno ai 2000 metri si possono incontrare, su alcuni versanti, il pino loricato, la Betula aetnensis e il faggio ed ancora più in basso anche castagno e ulivo. Assieme a questa vegetazione convive la ginestra dell’Etna che con i sui fiori gialli crea, nel periodo della fioritura, un bel cromatismo con il nero della lava vulcanica.

Nella zona collinare delle falde si incontrano i vigneti di Nerello, dai quali si produce l’Etna vino DOC della zona pedemontana.
Nel versante nord-ovest del vulcano, dai 600 agli 850 metri di altitudine, prosperano i pistacchi (Bronte) e le fragole (Maletto) unici per il loro sapore e colore dovuti alla tipicità del territorio e del microclima. Altra notevole produzione è quella delle pere di vario tipo e delle pesche, tra cui spicca fra tutte la “tabacchiera dell’Etna”.

altFauna

Circa un secolo e mezzo fa Galvagni, descrivendo la fauna dell’Etna, raccontava della presenza di animali ormai scomparsi e divenuti per noi mitici: lupi, cinghiali, daini e caprioli. Ma l’apertura di nuove strade rotabili, il disboscamento selvaggio e l’esercizio della caccia hanno portato all’estinzione di questi grandi mammiferi e continuano a minacciare la vita delle altre specie. Nonostante ciò sul vulcano vivono ancora l’istrice, la volpe, il gatto selvatico, la martora, il coniglio, la lepre e, fra gli animali più piccoli, la donnola, il riccio, il ghiro, il quercino e varie specie di topo, pipistrello e serpente.

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Piazza San Pietro Roma

altPiazza San Pietro

è la piazza antistante la basilica di San Pietro. Inserita a margine del centro storico di Roma, la piazza è compresa nella Città del Vaticano, e delimitata dal confine con lo Stato italiano; attraverso il rione Borgo che giace a est, i principali accessi sono da via di Porta Angelica o da via della Conciliazione

Descrizione

La celeberrima piazza, notevole esempio di architettura ed urbanistica barocca, è dedicata all’omonimo santo ed è quotidiano punto d’incontro per migliaia di fedeli cattolici provenienti da tutto il mondo.

Lo spazio della piazza è formata da due parti: la prima a forma di trapezio rovescio il cui lato maggiore corrisponde alla facciata con specifiche motivazioni prospettiche; la seconda, più grande, di forma ovale con l’obelisco Vaticano al centro. I due grandi spazi sono unificati da un imponente colonnato architravato. Nella situazione attuale, davanti alla piazza vera e propria troviamo un’altro spazio che funge da vestibolo (Piazza Rusticucci) e su cui sbocca in asse, la novecentesca Via della Conciliazione.

Storia

La Piazza di San Pietro e la basilica retrostante occupano una piccola valle posta tra il colle Vaticano e colle Gianicolo occupata in epoca classica dal Circo di Nerone, dalla via Cornelia e da un’area cimiteriale ora denominata necropoli vaticana. Con la costruzione della basilica costantiniana venne creata, interrando anche l’area cimiteriale, una vasta spianata chiamata platea Sancti Petri, in parte occupata dalla chiesa, in parte dal quadriportico ed in parte lasciata libera.

altAl suo margine nel Medioevo, nacque il quartiere del Borgo che occupava l’area compresa tra il Tevere e la spianata.

Papa Pio II fece realizzare una scalinata marmorea davanti alla facciata della basilica ed iniziare una loggia per le benedizioni a Francesco del Borgo. Papa Niccolò V aveva progettato di trasformare l’informe spazio in terra battuta della platea in una piazza porticata all’interno del complessivo riordino dell’area vaticana in cui era impegnato Bernardo Rossellino, regolarizzando nel contempo le tre strade medievali del Borgo che vi afferivano. Il progetto non ebbe seguito immediato.

All’inizio del Cinquecento la piazza (platea Sancti Petri) era all’incirca rettangolare, priva di pavimentazione, con un dislivello di circa dieci metri tra il piede della scalinata che conduceva alla basilica e l’antistante quartiere del Borgo che giungeva al Tevere.

Papa Alessandro VI per il Giubileo del 1500 fece aprire la prima strada nuova rettilinea di Roma, fra il ponte Sant’Angelo e il portone del Palazzo vaticano, forse regolarizzando la medievale via porticata, Portica Sancti Petri e traversando la platea con una striscia lastricata, inclinata di circa 6 gradi rispetto all’asse dell’antica basilica. Per realizzare tale strada fece demolire, con l’aiuto dei pellegrini, la cosiddetta Meta Romuli, una sepoltura monumentale romana a forma di piramide. Tale asse viario, detto anche Borgo Nuovo, creava davanti al grande portale di ingresso ai palazzi vaticani una prospettiva di circa 800 metri (il Borgo più l’attraversamento lastricato della platea): si trattava della conferma che Alessandro VI non assegnava alcun ruolo prioritario alla basilica di San Pietro nel quadro della creazione della cittadella pontificia; egli proponeva invece come riferimento per questa operazione il palazzo, la curia, la residenza del papa.

La Via Recta, o via Alessandrina o via Borgo Nuovo, è dunque il primo rettifilo centrato sul portone di un palazzo, come una lunga passatoia che dall’androne di questo entra nella città. Il prototipo alessandrino nasce nell’ambito di un programma che non è architettonico: non si prevedeva, in quegli anni, di ricostruire né San Pietro, né i Palazzi Vaticani secondo un disegno unitario. Mentre tutto verrà demolito e ricostruito attorno a quel portale, quell’asse non verrà più cancellato: il portone diventa il Portone di bronzo, e la sua immagine rimane impressa già molto prima di arrivarvi; l’atrio retrostante diventa il lungo corridoio del Bernini, allineato in fondo con la Scala regia che conduce alla Sala omonima, da cui si entra nella Sistina da una parte, nell’alloggio del pontefice dall’altra.

Rapidamente intorno a quest’asse il Borgo, precedentemente in stato di abbandono, si riorganizza in una commistione di edilizia popolare e palazzi cardinalizi progettati dai più importanti architetti del primo XVI secolo.
La basilica di San Pietro

Durante il pontificato di Giulio II venne deciso di riedificare completamente la grande basilica, iniziando i lavori dalla parte absidale, tanto che la piazza per oltre un secolo non sarà interessata dal grande cantiere. Tuttavia la lunga storia dei progetti, nell’alternanza tra pianta centrale a croce greca coperta la grande cupola (voluta da Bramante e Michelangelo Buonarroti) e quella a croce latina che si affermerà definitivamente nel clima della Controriforma, determinerà il rapporto con la città della basilica ed in definitiva il futuro assetto della piazza. La costruzione del grande edificio pocedette lentamente, con un lungo elenco di progettisti: Bramante, Raffaello (con Giuliano da Sangallo e Fra’ Giocondo), Antonio da Sangallo il Giovane con Baldassarre Peruzzi, Michelangelo, Jacopo Barozzi da Vignola, Giacomo Della Porta con Domenico Fontana, Maderno.

Durante tutto il XVI secolo la piazza non fu interessata dai lavori di ricostruzione della basilica che continuava a rivolgere, verso la piazza la vecchia facciata, il quadriportico e le varie costruzioni addossate. Nel 1586 Sisto V fa trasportare davanti alla basilica, circa a metà dell’intervallo fra il piede dell’antica scalinata e l’isolato di fronte, l’antico obelisco egiziano che, dopo essere stato usato come Meta nel Circo Neroniano, si innalzava, poco discosto dall’edificio, sul fianco sud della Basilica.

Quando però, vent’anni dopo, la nuova fabbrica di San Pietro si erge in fondo alla piazza, l’obelisco risulta spostato di 1,56 metri verso nord rispetto al suo asse, perché l’architetto Domenico Fontana, nel trasportarlo e collocarlo, si era probabilmente riferito alla basilica costantiniana allora parzialmente ancora in piedi. Inoltre, se fosse stato collocato sull’asse dell’edificio nuovo, sarebbe risultato quasi a ridosso degli isolati a sud della piazza, la cui demolizione verrà decisa molto più tardi.

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Piazza Navona Roma

altPiazza Navona

è una delle più celebri piazze di Roma. La sua forma è quella di un antico stadio, e venne costruita in stile monumentale per volere di papa Innocenzo X, della famiglia Pamphilj.

Storia

Piazza Navona, ai tempi dell’antica Roma, era lo stadio di Domiziano che fu costruito dall’imperatore Domiziano nell’85 e nel III secolo fu restaurato da Alessandro Severo. Era lungo 276 metri, largo 54 e poteva ospitare 30.000 spettatori.

Lo stadio era riccamente decorato con statue, una delle quali è quella di Pasquino (forse una copia di un gruppo ellenistico pergameno che si presume rappresentante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo), ora nell’omonima piazza di fianco a piazza Navona.

Poiché era uno stadio e non un circo, non c’erano i carceres (i cancelli da cui uscivano i cavalli da corsa) né la spina (il muro divisorio intorno a cui correvano i cavalli) come ad esempio il Circo Massimo, ma era tutto libero ed utilizzato per le gare degli atleti. L’obelisco che ora sta al centro della piazza non si trovava lì, ma viene dal circo Massenzio, che stava sulla via Appia.

Il nome della piazza era originariamente “in Agone” (dal latino agones, “giochi”) poiché lo stadio era usato solo ed esclusivamente per le gare di atletica. Non è assolutamente vero che piazza Navona veniva usata per le battaglie navali: si tratta di una leggenda metropolitana generata dal fatto che la piazza veniva allagata solitamente nel mese di agosto per lenire il caldo; anticamente la piazza era concava, si bloccavano le chiusure delle tre fontane e l’acqua usciva in modo da allagare la piazza.

Tra il 1810 ed il 1839 nella piazza si tennero le corse al fantino, ossia corse di cavalli montati (che però non avevano parentela con le più famose corse dei barberi di Via del Corso).

Piazza Navona e l’arte

Piazza Navona è in un certo senso l’orgoglio della Roma barocca, con elementi architettonici e scultorici di maestri come Gian Lorenzo Bernini (la Fontana dei Quattro Fiumi al centro della piazza, che rappresenta il Danubio, il Gange, il Nilo ed il Rio della Plata, i quattro angoli della Terra), Francesco Borromini e Girolamo Rainaldi (Sant’Agnese in Agone, davanti alla fontana del Bernini) e Pietro da Cortona (autore degli affreschi della galleria di Palazzo Pamphilj).

La piazza doveva celebrare la grandezza del casato dei Pamphili (in una sorta di competizione con i Barberini ed i Farnese) ed Innocenzo X volle che vi si erigesse il palazzo omonimo e che la piazza fosse ornata con opere di ingente valore. Per il riassetto dell’area si ricorse perciò alla demolizione di alcuni isolati, mentre la gara per l’aggiudicazione delle commesse fu combattuta senza esclusione di espedienti fra i principali architetti del tempo; un ruolo di rilievo nella scelta degli artisti fu giocato anche dalla potente Donna Olimpia Maidalchini (influente e disinvolta cognata di papa Innocenzo X), alla quale si disse ad esempio che Bernini avesse donato un modellino in argento del suo progetto della fontana, ma secondo altri fu sempre lei a scegliere Borromini per sostituire il Rainaldi nel completamento della chiesa.

La chiesa ricorda il martirio che la Santa avrebbe subito proprio in qualla parte della piazza e, vuole la leggenda, sarebbe stata eretta esattamente al di sopra di quel postribolo ove avvennero i fatti e che si sarebbe perpetuato in tale funzione, sino appunto al momento della costruzione, negli attuali sotterranei dell’edificio. È anzi proprio dai fornici di questi locali interrati che la parola latina fornices assunse anche il significato di lupanare (determinando inoltre la derivazione della radice del verbo fornicare). La chiesa attuale sorge dove sin dal Medioevo era già stata eretta una piccola chiesetta parrocchiale.

La notissima leggenda circa la presunta rivalità fra il Bernini ed il Borromini suggerisce che a due delle quattro statue dei fiumi il maligno Bernini abbia voluto concedere speciali tutele contro l’opera dell’avversario: al Nilo una benda sulla testa per sottrarsi all’infelice visione ed al Rio della Plata una mano protesa per ripararsi dal forse imminente crollo della chiesa; ma la credenza è infondata, poiché la fontana fu realizzata prima della chiesa (com’è noto, poi, il Nilo ha la testa bendata perché al tempo non erano state ancora scoperte le sue sorgenti). È vero invece che sulla facciata della chiesa, la statua di Sant’Agnese ha una postura che apre a molte possibili interpretazioni, fra le quali quella che la famosa mano sul petto, insieme all’espressione del volto, sia segno di sconcerto.

La “competizione” fra i due autori, almeno in questa piazza, si risolse in toni scherzosi: alle critiche dello staff borrominiano sulla possibile tenuta statica di una struttura cava, lo staff concorrente rispose ironicamente, fissando il gruppo con “rassicuranti” tiranti di… semplice spago.

Piazza Navona ha anche altre due fontane: la Fontana del Moro, scolpita da Giacomo della Porta e ritoccata dal Bernini, situata nell’area sud della piazza, e la Fontana del Nettuno (originariamente fontana dei Calderari), situata nell’area nord, opera di Gregorio Zappalà e Antonio Della Bitta.

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Piazza di Spagna Roma

altPiazza di Spagna,

con la scalinata di Trinità dei Monti, è una delle più famose piazze di Roma. Deve il suo nome al palazzo di Spagna, sede dell’ambasciata dello stato iberico presso la Santa Sede.

La piazza

Al centro della piazza vi è la famosa Fontana della Barcaccia, che risale al primo periodo barocco, scolpita da Pietro Bernini e da suo figlio, il più celebre Gian Lorenzo Bernini.

All’angolo destro della scalinata vi è la casa del poeta inglese John Keats, che vi visse e morì nel 1821, oggi trasformata in un museo dedicato alla sua memoria e a quella dell’amico Percy Bysshe Shelley, piena di libri e memorabilia del Romanticismo inglese. All’angolo sinistro c’è, invece, la sala da tè Babington’s fondata nel 1893.

Dal lato di via Frattina sorge il Palazzo di Propaganda Fide, di proprietà della Santa Sede. Di fronte alla sua facciata, progettata dal Bernini (mentre la facciata laterale è invece del Borromini), svetta la colonna dell’Immacolata Concezione, che fu innalzata due anni dopo la proclamazione del dogma (1856).

La scalinata

La monumentale scalinata di 135 gradini fu inaugurata da papa Benedetto XIII in occasione del Giubileo del 1725; essa venne realizzata (grazie a dei finanziamenti francesi del 1721-1725) per collegare l’ambasciata borbonica spagnola (a cui la piazza deve il nome) alla chiesa di Trinità dei Monti.

Venne progettata sia da Alessandro Specchi che da Francesco De Sanctis dopo generazioni di lunghe ed accese discussioni su come il ripido pendio sul lato del Pincio dovesse essere urbanizzato per collegarlo alla chiesa. La soluzione finale scelta fu quella di Francesco De Sanctis: una grande scalinata decorata da numerose terrazze-giardino, che in primavera ed estate viene addobbata splendidamente con molti fiori. La sontuosa, aristocratica scalinata, posta all’apice di un lungo asse viario che portava al Tevere, fu disegnata in modo che avvicinandosi gli effetti scenici aumentassero man mano. Tipico della grande architettura barocca era infatti la creazione di lunghe, profonde prospettive culminanti con quinte o sfondi a carattere monumentale. La scalinata è stata restaurata nel 1995.

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Palazzo di Giustizia di Roma

Le dimensioni inusitate, le decorazioni eccessive, la funzione dell’edificio e la sua laboriosa costruzione non indenne da sospetti di corruzione (che portarono nel 1912 ad una inchiesta parlamentare)furono all’origine del soprannome popolare Palazzaccio che tuttora lo accompagna.

Descrizione

L’edificio, ispirato all’architettura tardorinascimentale e barocca, di grandi dimensioni (metri 170 x 155) è completamente rivestito di travertino. É sormontato, nel lato rivolto verso il Tevere, da una grande quadriga in bronzo, opera dello scultore palermitano Ettore Ximenes. Grandi statue di giureconsulti ornano le rampe di accesso che precedono la facciata principale e il cortile interno. La parte superiore della facciata posteriore, lato piazza Cavour, è arricchita da uno stemma in bronzo di Casa Savoia.