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Torre di Federico II di Enna: Una Gemma Medievale nel Cuore della Sicilia

La Torre di Federico II, situata nel cuore di Enna, è uno dei simboli più affascinanti della storia medievale siciliana. Questo straordinario monumento, che sorge a oltre 900 metri sul livello del mare, offre una vista mozzafiato sulla città di Enna e sulle colline circostanti, rendendolo una meta imperdibile per chi visita la Sicilia.

Storia della Torre di Federico II

Costruita nel XIII secolo, la Torre di Federico II è un’opera attribuita all’epoca del grande imperatore svevo Federico II di Svevia, noto per essere uno dei più influenti sovrani medievali. La torre, alta circa 24 metri, fu probabilmente utilizzata come punto di avvistamento militare o come residenza fortificata.

La sua posizione strategica garantiva un controllo visivo su gran parte della Sicilia centrale, rendendola un elemento chiave nel sistema difensivo dell’epoca. Oltre a essere un’importante struttura militare, la torre aveva anche un valore simbolico e rappresentava il potere e l’autorità dell’impero svevo sulla Sicilia.

Architettura della Torre di Federico II

La Torre di Federico II è caratterizzata da una forma ottagonale, un dettaglio architettonico che la rende unica nel suo genere. L’interno della torre è diviso in due piani, ciascuno dei quali presenta una grande sala con volta a botte, utilizzata per diverse funzioni durante il periodo medievale.

All’interno, è possibile ammirare i resti di affreschi e decorazioni che testimoniano l’importanza storica e artistica della struttura. La particolarità della torre risiede nella combinazione di elementi architettonici normanni e svevi, un mix che riflette la complessa storia della Sicilia medievale.

Cosa vedere alla Torre di Federico II

La visita alla Torre di Federico II offre una ricca esperienza culturale e storica. Una volta raggiunta la cima della torre, si può godere di una vista panoramica spettacolare su Enna e sulle campagne siciliane. Nei giorni più limpidi, è possibile vedere il Monte Etna e perfino il Mar Mediterraneo in lontananza.

La torre è circondata da un parco verde, ideale per passeggiate rilassanti e per immergersi nell’atmosfera storica e naturale del luogo. È inoltre possibile partecipare a visite guidate, che raccontano la storia e i segreti della torre e della città di Enna.

Come arrivare alla Torre di Federico II

La Torre di Federico II si trova a pochi chilometri dal centro di Enna, ed è facilmente raggiungibile in auto o con mezzi pubblici. Se vi trovate a Enna, potete percorrere un sentiero panoramico che conduce direttamente alla torre, permettendovi di ammirare la bellezza della natura circostante.

Orari di apertura e biglietti

La torre è aperta tutto l’anno, ma gli orari possono variare a seconda della stagione. Si consiglia di controllare in anticipo le informazioni sugli orari di apertura e sui costi dei biglietti, soprattutto in alta stagione, per evitare sorprese.

Conclusione

Visitare la Torre di Federico II di Enna è un viaggio nel tempo, alla scoperta di una delle testimonianze più significative della Sicilia medievale. Che siate appassionati di storia, amanti dell’architettura o semplicemente alla ricerca di un luogo suggestivo da visitare, questa torre rappresenta una tappa obbligatoria nel vostro itinerario turistico in Sicilia.

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Cattedrale di Palermo

Il fianco destro della costruzione, con le caratteristiche torrette avanzate e l’ampio portico in stile gotico-catalano (l’attuale accesso), eretto intorno al 1465, si affaccia sulla piazza. Il portale di questo ingresso è opera magnifica di Antonio Gambara, eseguita nel 1426, mentre i meravigliosi battenti lignei sono del Miranda (1432). La Madonna a mosaico è del XIII secolo; i due monumenti alle pareti, opere del primo Settecento, rappresentano Carlo III di Borbone a destra e Vittorio Amedeo II di Savoia a sinistra.

La parte absidale stretta fra le torricelle è quella più originale del XII secolo, mentre la parte più manomessa è il fianco sinistro, dove si apre un bel portale gaginesco degli inizi del Cinquecento.
La facciata sud-occidentale, che guarda l’arcivescovado, va riferita ai secoli XIV-XV.

L’interno è a croce latina, a tre navate e diviso da pilastri. Nelle prime due cappelle della navata di destra ci sono le tombe degli imperatori e dei reali quivi sistemati nel Settecento, dopo il restauro, spostati dal loro sito originario che, comunque, era nella medesima basilica.

Nel sarcofago romano posto sul muro di destra, vi sono le spoglie di Costanza, sorella del re d’Aragona e moglie di Federico II, morta nel 1222. Le urne, in profilo sotto il baldacchino, sono di Enrico VI, morto nel 1197 (a destra) e di Federico II, morto nel 1250 (a sinistra). Qui sono racchiuse anche le spoglie di Pietro II d’Aragona, morto nel 1338. In secondo piano, sotto i baldacchini a mosaico, vi sono le tombe di Ruggero II, morto nel 1154, e di sua figlia Costanza, morta nel 1198. Queste ultime due sono quelle che originariamente si trovavano nel transetto del Duomo di Cefalù.

A destra del presbiterio si trova la cappella di Santa Rosalia, patrona di Palermo, con le reliquie e l’urna d’argento, opera seicentesca di Matteo Lo Castro, Francesco Ruvolo e Giancola Viviano. I due altorilievi di Valerio Villareale, rappresentano: Santa Rosalia invoca Cristo per la liberazione della peste e l’ingresso delle gloriose reliquie di Santa Rosalia a Palermo

Oltre al coro ligneo in stile gotico-catalano del 1466 e ai resti marmorei della tribuna gaginiana riadattati, di alto interesse artistico sono la statua marmorea della Madonna con Bambino di Francesco Laurana, eseguita insieme ad altri aiuti nel 1469, la pregiata acquasantiera (posta al quarto pilastro) opera incerta di Domenico Gagini e la Madonna della Scala eseguita nel 1503 da Antonello Gagini e posta sull’altare della sacrestia

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Teatro Mediceo Firenze

Il Teatro Mediceo era uno dei più antichi teatri di Firenze, realizzato da Bernardo Buontalenti per i Medici all’interno del complesso degli Uffizi. Il teatro, ormai obsoleto, venne smantellato all’epoca del Granduca Pietro Leopoldo ed oggi è stato suddiviso nella sale dei “Primitivi” e il Gabinetto dei disegni e delle stampe.

Storia

Il teatro venne commissionato da Francesco I, nel 1586 a Bernardo Buontalenti per l’architettura, mentre la scena, organizzata con prospettive illusionistiche, venne allestita da G. Bardi. Nel 1589 lo stesso Buontalenti perfezionò l’opera, su indicazione del nuovo granduca Ferdinando I dopo di che si ebbe una sontuosa inaugurazione in occasione dei festeggiamenti per le imminenti nozze del Granduca con Cristina di Lorena. Fino ad allora gli spettacoli teatrale per la corte si erano tenuti nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, dove era stato allestito anche una sorta di palcoscenico.

Nel teatro vennero sperimentate anche nuove forme di intrattenimento, con opere di transizione verso il melodramma, come la recita de La pellegrina, dove le parti cantate superavano ormai quelle scritte.

Nel XVIII secolo, con l’invenzione (proprio a Firenze) dei più comodi teatri a palchi, e con il definitivo trasferimento della corte granducale a Palazzo Pitti il Teatro Mediceo venne disertato e poi smantellato. Infine vi furono ricavati due piani dove trovarono posto poi il Gabinetto di disegni e stampe e le sale della galleria degli Uffizi (al secondo piano), la cui ultima sistemazione risale agli anni ’50, ad opera di Giovanni Michelucci e altri architetti.

Architettura

Si trattava di un teatro di corte, composto da grande vano di altezza doppia (due piani), composto da gradinate semicircolari digradanti, che davano su una scena riccamente ornata, molto simile al Teatro Olimpico di Vicenza, ispirato quindi ai teatri dell’antichità classica. Al centro delle gradinate si trovava il palco granducale.

La sala era decorata come un giardino pensile, con statue di animali, imitanti probabilmente i decori della Grotta degli Animali nella Villa di Castello: “Sopra i gradi cominciava un ordine di balaustri finti di finissimi marmi, che formavano un vaghissimo ballatoio; dal piano di questa sorgea una spalliera di mortella fiorita; dopo questa, in cima di varie piante d’ogni sorta di frutti, vedeansi pendere gran quantità di pomi, altri acerbi, altri maturi, e tali ancora appena usciti del fiore; fra dette piante vedeansi camminare diversi animali, come lepri, capriuoli, ed altri sì fatti, che parevano veri particolarmente nel moto, che e’ facevano attorno alle piante; eranvi più sorte d’uccelli, alcuni de’ quali con ali spiegate vedeansi nell’aria quasi volando; ne’ vani tra finestra e finestra erano vasi di bellissime piante odorifere, ed altre di fiori di tutta bellezza, che spargevano odore soavissimo; ed insomma con tutto quest’ornamento facevasi comparire un vero ed amenissimo giardino.”

La scena mostrava in prospettiva illusionistica una veduta di Firenze, animata da numerosi personaggi, carrozze e quant’altro. Numerosi erano i trucchi scenici disponibili, con macchinari, botole e sostegni per appendere le corde con le quali far “volare” i personaggi.

Del teatro vero e proprio resta solamente il Vestibolo, dove a sinistra è quello che un tempo era il portale d’ingresso al teatro, oggi ingresso del Gabinetto Disegni e Stampe e di fronte le tre porte del Ricetto, su quella centrale, con le ante lignee intagliate con stemmi medicei, è il busto di Francesco I.

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Galleria degli Uffizi Firenze

foto di Samuli LintulaLa Galleria degli Uffizi è un importante museo italiano situato a Firenze  ed è uno dei più conosciuti e rilevanti al mondo.

L’edificio ospita una superba raccolta di opere d’arte inestimabili, comprendente la maggiore collezione di dipinti del Botticelli. Divisa in varie sale allestite per scuole e stili in ordine cronologico, espone opere di Cimabue, Giotto, Simone Martini, Masaccio, Beato Angelico, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Andrea del Sarto, Pontormo, Tintoretto, Pieter Paul Rubens, Caravaggio, Canaletto, Rembrandt, El Greco, Albrecht Dürer, Lucas Cranach e moltissimi altri.

Nel 2008 è stato visitato da 1.553.951 persone rendendolo il museo d’arte italiano più visitato

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Duomo di Firenze

La costruzione, iniziata sulle antiche fondazioni della chiesa di Santa Reparata nel 1296 da Arnolfo di Cambio, fu continuata da Giotto a partire dal 1334 fino alla sua morte avvenuta nel 1337. Francesco Talenti e Giovanni di Lapo Ghini la continuarono nel 1357. Nel 1412 la nuova cattedrale fu dedicata a Santa Maria del Fiore, e consacrata il 25 marzo del 1436 al termine dei lavori della cupola del Brunelleschi da papa Eugenio IV.

Attualmente è la cattedrale dell’arcidiocesi di Firenze.

Gli edifici preesistenti

L’attuale centro religioso di Firenze era nell’alto Medioevo tutt’altro che baricentrico, essendosi sviluppato nell’angolo nord-est dell’antica cerchia romana. Come tipico dell’epoca paleocristiana le chiese si erano infatti sviluppate, anche a Florentia, a ridosso delle mura e solo nei secoli successivi vennero inglobate nella città. La prima cattedrale fiorentina fu San Lorenzo, dal IV secolo, e successivamente, forse nel VII secolo, il titolo passò a Santa Reparata, la primitiva chiesa che si trova sotto l’attuale Duomo e che all’epoca era ancora fuori dalle mura. In epoca carolingia la piazza era un misto di potere civile e religioso, con la residenza del margravio  accanto alla sede del vescovo, più o meno sotto l’attuale palazzo Arcivescovile. Nel 1078 Matilde di Canossa promosse la costruzione della cerchia antica (come la chiamò Dante), inglobando anche Santa Reparata e la primitiva forma del Battistero di San Giovanni, risalente al IV o V secolo.

Alla fine del XIII secolo la Platea Episcopalis, il complesso episcopale fiorentino, presentava rapporti spaziali completamente differenti. L’attuale piazza San Giovanni era poco più di uno slargo tra il palazzo Vescovile e il Battistero di San Giovanni, allora vero fulcro del complesso, appena completato col suo attico e il tetto in marmo a piramide ottagonale. Ad est, a ridosso di quella che venne chiamata poi Porta del Paradiso, si trovava il portico della chiesa di Santa Reparata, che disponeva all’estremità orientale di un vero e proprio coro armonico munito di due campanili.

A nord-est sorgevano anche l’antica chiesa di San Michele Visdomini, poi spostata più a nord, che si trovava sullo stesso asse Duomo-Battistero, e il più antico “Spedale” fiorentino; a sud sorgevano le abitazioni dei Canonici, organizzate intorno a un chiostro centrale. Lo spazio religioso assolveva, cone normale all’epoca, anche funzioni civiche, come le nomine dei cavalieri, le assemblee popolari, la lettura dei messaggi delle autorità, le consacrazioni al Battista dei prigionieri di guerra, ecc.

Tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo Firenze visse un culmine di fioritura politica e culturale, che culminò con la creazione di un nuovo polo civico legato al potere politico, poi detto piazza della Signoria, e la costruzione di una nuova cattedrale. Santa Reparata infatti, pur antica e veneranda, non era più adeguata alla città in fortissima espansione, ricca e potente, che aveva appena regolato i suoi conti con la rivale Siena (Battaglia di Colle Val d’Elsa, 1269) e imposto, sia pure a fatica, la sua egemonia nel caotico scacchiere toscano. Santa Reparata veniva descritta dal Villani come molto di grossa forma e piccola a comparazione di sì fatta cittade e nei documenti del comune come Cadente per estrema età. Nel 1294 infine il governo cittadino decise la ricostruzione della chiesa con dimensioni tali da eclissare le cattedrali delle città avversarie, tra cui Pisa e Siena. Sulla ricchezza della fabbrica venne, dunque, posto un particolare accento, in modo da rappresentare l’icona della potenza cittadina.

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Castello Sforzesco Milano

altIl Castello Sforzesco

è uno dei principali simboli di Milano e della sua storia. Fu costruito nel XV secolo da Francesco Sforza, divenuto da poco Duca di Milano, sui resti di una precedente fortificazione risalente al XIV secolo nota come Castrum Portae Jovis (Castello di porta Giovia o Zobia), e nei secoli ha subito notevoli trasformazioni. Fra il Cinquecento e il Seicento era una delle principali cittadelle militari d’Europa; ora è sede di importanti istituzioni culturali e meta turistica.

Foto di Goldmund100

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Madonnina di Milano

altLa Madonnina

è una statua di Giuseppe Perego in rame  dorato, raffigurante la Madonna Assunta e posta sulla guglia maggiore del duomo di Milano. Dal momento della sua posa, avvenuta nel 1774  è diventata il simbolo della città, al di là del fatto religioso. Frasi come all’ombra della Madonnina indicano per antonomasia  la città di Milano.

 La guglia maggiore

Nel XVIII secolo il duomo era ancora quasi privo di guglie e in continuo stato di lavorazioni riprese, interrotte e mai completate. L’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli decise di fare innalzare la guglia maggiore. L’opera, che era teoricamente in discussione da molti anni, venne progettata (1765) e poi realizzata (1769) dall’architetto Francesco Croce e raggiunse la vertiginosa altezza di 108,50 metri.

Sulla cima della guglia, secondo un piano che risale probabilmente alle origini stesse del Duomo, venne posta una statua dell’Assunta (alta 4,16 metri) con lo sguardo e le braccia tese verso il cielo ad implorare la benedizione di Dio verso la città. La statua venne realizzata dallo scultore Giuseppe Perego e dall’orafo Giuseppe Bini e fu inaugurata il 30 dicembre 1774.

L’altezza

La tradizione vuole che nessun edificio in Milano possa essere più alto della Madonnina.

Una legge prima non scritta, poi resa ufficiale negli anni trenta, lo impedì per la Torre Branca del Parco Sempione (108 metri) di Giò Ponti e per la Torre Velasca (106 m). In tutti i casi il progetto si fermò prima dei fatidici 108,5 m per rispetto della Madonnina.

Foto di Ulrich Mayring

Sentimenti religiosi celano principalmente problemi strutturali: pochi metri sotto la superficie della città c’è una falda freatica. Questa esercita una forte pressione sugli strati rocciosi del sottosuolo. L’aumento della popolazione nell’ultimo secolo e il conseguente aumento del prelievo dell’acqua ha abbassato la linea della falda, accrescendo pericolosamente la fragilità del sottosuolo. Quindi, una costruzione più alta (e quindi più pesante) del Duomo potrebbe non essere sopportata dal terreno e rovinare su sé stessa.

Il Pirellone, così i milanesi chiamano il grattacielo della Pirelli, dove attualmente ha sede la Regione Lombardia, è più alto della Madonnina: misura 127 m. Sul suo tetto il sentimento religioso ha fatto costruire un’altra Madonnina in oro, copia della sorella che sovrasta i marmi di Candoglia. In tal modo il vecchio detto è ancora attuale.

Nel 2010 è stata posta una copia anche sulla sommità della Nuova Sede della Regione Lombardia (a 161 metri d’altezza) e successivamente entro il 2015 ne verrà probabilmente posta una anche sull’edificio chiamato Dritto all’interno del complesso City Life.

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Chiesa di San Bàbila Milano

altLa chiesa di San Bàbila di Milano

si trova nella piazza omonima alla confluenza di Corso Vittorio Emanuele II, Corso Europa, Corso Monforte e Corso Venezia.

Sul luogo della chiesa attuale sembra che ne sia esistita un’altra edificata sopra i resti di un tempio pagano dedicato al Sole; questa chiesa, di cui non rimane traccia, sarebbe stata chiamata «Concilio dei Santi» in quanto vi sarebbero stati sepolti i primi cristiani milanesi.

La ricostruzione avvenne nel IV secolo ed alcuni particolari architetto­nici e decorativi denunciano un’ulteriore ricostruzione prima del IX secolo.

La basilica attuale è più lunga dell’originaria perché alla fine del XVI secolo venne aggiunta alla parte anteriore una nuova campata e venne completata la facciata in forme barocche.

Il complesso fu rifatto a metà del XIX secolo nell’intento di risalire alla basilica medievale, nei primi anni del XX secolo venne costruita la facciata neoromanica dise­gnata dall’architetto Paolo Cesa-Bianchi ed il campanile, costruito nel 1820 in sostituzione di quello crollato nel XVI secolo, nel 1926 fu trasformato in stile neoromanico.

La basilica di S. Babila era considerata un tempo la più importante di Milano dopo il Duomo e la Basilica di Sant’Ambrogio, tanto che i suoi parroci avevano diritto a un posto d’onore nelle cerimonie religiose cittadine.

Architettura e arte

La chiesa di San Babila è una delle principali chiese milanesi in stile neoromanico. Delle tre navate, ognuna conclusa da un’abside semicircolare; la centrale è coperta a botte mentre le laterali sono a crociera nervata.

Della chiesa originale non rimane praticamente nulla, in quanto ciò che oggi si può vedere è figlio dei pesanti ripristini, o per meglio dire contraffazioni, cui furono sottoposte negli ultimi due secoli tutte le chiese di origine medievale della città.

Oltre a qualche capitello medievale, si è salvato dalla furia distruttrice dei “restauri” solo un piccolo gruppo di lapidi cinque-seicentesche collocate sulla parete di destra all’ingresso. Nella navata destra vi è inoltre un’immagine seicentesca della Madonna, che è tra le più amate dai cattolici milanesi.

Le due cappelle laterali risalgono al tardo Rinascimento, ma sono decorate con immagini moderne di stile accademico. In particolare, quella di sinistra, dedicata a San Giuseppe, contiene dipinti di Ludovico Pogliaghi (San Giuseppe con Gesù bambino; figure di santi), quella di destra, dedicata a Sant’Antonio da Padova, si fregia invece di dipinti di Giuseppe Bertini (Sant’Antonio ai piedi del Crocifisso) e di Giuseppe Mentessi (santi francescani).

Anche il mosaico del catino absidale (San Babila coi tre fanciulli martiri) è moderno.

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Duomo di Milano

La nuova fabbrica, a giudicare dai resti archeologici emersi dagli scavi nella sacrestia, doveva prevedere originariamente un edificio in mattoni secondo le tecniche del gotico lombardo. Nel gennaio 1387 si gettarono le fondazioni dei piloni, opere colossali che erano state già progettate su disegno l’anno prima. Durante il 1387 si continuarono gli scavi delle fondazioni e si gettarono i piloni. Ciò che fu fatto prima del 1386 venne tutto disfatto o quasi. Nel corso dell’anno il Signore della città, Gian Galeazzo Visconti, assunse il controllo dei lavori, imponendo un progetto più ambizioso. Il materiale scelto per la nuova costruzione divenne allora il marmo di Candoglia e le forme architettoniche quelle del tardo gotico di ispirazione renano-boema. Il desiderio di Gian Galeazzo era infatti quello di dare alla città un grandioso edificio al passo con le più aggiornate tendenze europee, che simboleggiasse le ambizioni del suo Stato, che, nei suoi piani, sarebbe dovuto diventare il centro di una monarchia nazionale italiana come era successo in Francia e in Inghilterra, inserendosi così tra le grandi potenze del continente. Gian Galeazzo mise a disposizione le cave e accordò forti sovvenzioni ed esenzioni fiscali: ogni blocco destinato al Duomo era marchiato AUF (Ad usum Fabricae), e per questo sgravo da qualsiasi tributo di passaggio: da allora è rimasto il modo di dire “a ufo”, sinonimo di gratuito.

Come testimonia il ricco archivio conservatosi fino ai giorni nostri, il primo ingegnere capo fu Simone d’Orsenigo, affiancato da altri maestri lombardi, che nel 1388 iniziarono i muri perimetrali. Nel 1389-1390 il francese Nicolas de Bonaventure venne incaricato di disegnare i finestroni.

A dirigere il cantiere vennero chiamati architetti francesi e tedeschi, come Jean Mignot, Jacques Coene o Enrico di Gmünd, i quali però restavano in carica per pochissimo tempo, incontrando una scoperta ostilità da parte delle maestranze lombarde, abituate a una diversa pratica di lavoro. La fabbrica andò quindi avanti in un clima di tensione, con numerose revisioni, che nonostante tutto diedero origine a un’opera di inconfondibile originalità, sia nel panorama italiano che europeo.

Inizialmente le fondazioni erano state preparate per un edificio a tre navate, con cappelle laterali quadrate, i cui muri divisori potessero fare anche da contrafforti. Si decise poi di fare a meno delle cappelle, portando il numero delle navate a cinque e il 19 luglio 1391 venne deliberato l’ingrossamento dei quattro pilastri centrali. Nel settembre dello stesso anno venne interrogato il matematico piacentino Gabriele Stornaloco per definire l’alzato, che si presentava con due ipotesi: “ad triangulum” o “ad quadratum”. Il 1 maggio 1392 si scelse la forma delle navate progressivamente decrescenti per un’altezza massima di 76 braccia

La costruzione del corpo basilicale

Nel 1393 fu scolpito il primo capitello dei pilastri, su disegno di Giovannino de’ Grassi, il quale curò un nuovo disegno per i finestroni e fu ingegnere generale fino alla morte nel 1398. Gli successe nel 1400 Filippino degli Organi, che curò la realizzazione dei finestroni absidali. Dal 1407 al 1448 egli fu responsabile capo della costruzione, che portò a termine della parte absidale e il piedicroce, chiuso provvisoriamente dalla facciata ricomposta di Santa Maria Maggiore. Nel 1418 fu consacrato l’altare maggiore da papa Martino V.

Dal 1452 al 1481 fu a capo del cantiere Giovanni Solari, che per i primi due anni fu affiancato anche dal Filarete. Seguirono Guiniforte Solari, figlio di Giovanni, e Giovanni Antonio Amadeo, che con Gian Giacomo Dolcebuono costruì il tiburio nel 1490. Alla morte dell’Amadeo (1522) i successivi maestri fecero varie proposte “gotiche”, tra le quali quella di Vincenzo Seregni di affiancare la facciata da due torri (1537 circa), non realizzata.

Nel 1567 l’arcivescovo Carlo Borromeo impose una ripresa solerte dei lavori, mettendo a capo della Fabbrica Pellegrino Tibaldi, che ridisegnò il presbiterio, che venne solennemente riconsacrato nel 1577 anche se la chiesa non era ancora terminata

La questione della facciata

Per quanto riguarda la facciata il Tibaldi disegnò un progetto nel 1580, basato su un basamento a due piani animato da colonne corinzie giganti e con un’edicola in corrispondenza della navata centrale, affiancata da obelischi. La morte di Carlo Borromeo nel 1584 significò l’allontanamento del suo protetto che lasciò la città, mentre il cantiere veniva preso in mano dal suo rivale Martino Bassi, che inviò a Gregorio XIV, papa milanese, un nuovo progetto di facciata[3].

Nel XVII secolo la direzione dei lavori vide la presenza dei migliori architetti cittadini, quali Lelio Buzzi, Francesco Maria Ricchino (fino al 1638), Carlo Buzzi (fino al 1658) e i Quadrio. Nel frattempo nel 1628 era stato fatto il portale centrale e nel 1638 i lavori della facciata andavano avanti, con l’obiettivo di creare un effetto a edicole ispirato a Santa Susanna di Roma. A tal fine pervennero nel XVIII secolo i disegni di Luigi Vanvitelli (1745) e Bernardo Vittone (1746).

Tra il 1765 e il 1769 Francesco Croce completò il coronamento del tiburio e la guglia maggiore, sulla quale fu innalzata cinque anni dopo la Madunina di rame dorato[7], destinata a diventare il simbolo della città. Lo schema della facciata di Buzzi venne ripreso a fine secolo da Luigi Cagnola, Carlo Felice Soave[8] e Leopoldo Pollack. Quest’ultimo diede inizio alla costruzione del balcone e della finestra centrale.

Nel 1805, su istanza diretta di Napoleone, Giuseppe Zanoia avviò i lavori per il completamento della facciata, in previsione dell’incoronazione a re d’Italia. Il progetto venne finalmente concluso nel 1813 da Carlo Amati. Tra gli scultori che vi lavorarono nei primi anni dell’Ottocento, si può ricordare Luigi Acquisti.

Manutenzione e restauri

Nel 1858 venne demolito il campanile che si trovava sulla navata, e le campane vennero trasferite nel tiburio, tra le doppie volte. Per tutto il XIX secolo furono completate le guglie e le decorazioni architettoniche, fino al 1892[3]. Per tutto il secolo si susseguirono inoltre lavori di restauro, volti a sostituire i materiali danneggiati dal tempo.

Nel corso della seconda guerra mondiale la Madonnina venne coperta da stracci, onde evitare che i riflessi di luce sulla sua superficie dorata da poco rifatta potessero venire usati come punto di riferimento per i bombardieri alleati in volo sulla città, mentre le vetrate furono preventivamente rimosse e sostituite da rotoli di tela. Pur non essendo stato centrato da bombe ad elevato potenziale, anche il duomo venne danneggiato durante i bombardamenti aerei ed il suo portone centrale bronzeo mostra ancor oggi alcune “ferite” da parte di spezzoni di bombe esplose nelle vicinanze. Nel secondo dopoguerra, a seguito dei danni subiti dai bombardamenti aerei, il Duomo fu restaurato in gran parte, successivamente le restanti porte di legno furono sostituite con altre di bronzo, opera degli scultori Arrigo Minerbi, Giannino Castiglioni e Luciano Minguzzi.

Negli anni ’60 del Novecento l’inquinamento atmosferico, l’abbassamento della falda freatica e le vibrazioni del traffico e della vicina linea della metropolitana, unite al degrado naturale dei materiali e ad alcuni errori originali nella costruzione, portarono a una grave situazione di rischio, che minò seriamente la stabilità dei quattro piloni che reggono il tiburio e rese necessari, nel 1969, la chiusura della piazza al traffico e il rallentamento dei treni della linea 1. Il restauro statico dei piloni iniziò nel 1981 e venne concluso nel 1986 in occasione del seicentenario della costruzione.

Ancor oggi la manutenzione della cattedrale è affidata alla Veneranda fabbrica del Duomo i cui interventi sono continui tanto da far nascere l’espressione milanese Longh comm la fabbrica del Domm, per intendere qualcosa di interminabile

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Palazzo degli Elefanti Catania

altPalazzo degli Elefanti

Sorge sul lato nord della scenografica piazza Duomo. Alla sua costruzione, nel 1696 subito dopo il terribile terremoto del 1693, parteciparono numerosi architetti: il progetto originale fu realizzato da Giovan Battista Longobardo nel 1696, le facciate  est, sud e ovest furono progettate da Giovan Battista Vaccarini mentre quella nord fu realizzata da Carmelo Battaglia.

Lo scalone d’onore che si apre sulla corte interna fu inserito infine nel XIX secolo da Stefano Ittar. All’interno del palazzo esiste un cortile quadrangolare con portici su due lati. Nell’androne del palazzo vengono conservate due carrozze del settecento di cui una berlina che viene usata durante i festeggiamenti di Sant’Agata per portare il Sindaco alla Chiesa di Sant’Agata alla Fornace per la processione del giorno 3 febbraio. Nel salone d’onore al primo piano sono conservati dipinti del pittore catanese Giuseppe Sciuti.

L’incendio

Nel 1944, a seguito di tumulti popolari, il municipio venne incendiato ed andarono persi i preziosi archivi storici del comune. Dopo l’incendio le sale interne vennero nuovamente arredate nello stile originario ed il palazzo venne riaperto nel 1952.

Foto di Augulino Giovanni