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Storia della Sicilia

Storia della Sicilia
Il Tempio della Concordia ad AgrigentoLa Sicilia entra nell’età storica con la colonizzazione greca, che inizia con la fondazione di Naxos, Leontinoi per opera dei Calcidesi e di Siracusa  per opera dei Corinzi, circa la metà del VIII secolo a.C.; poco dopo sarebbe stata fondata Cuma, presso l’attuale Napoli, e questa avrebbe fondato Zancle (Messina), Naxos fondò Katane (Catania) e i greci megaresi fondarono Megara Hyblaea. Nella prima metà dell’VII secolo a.C. sorsero Ghelas per opera dei rodio-cretesi ed poi Akrai  ed Eloro  per opera dei siracusani. Selinunte  per opera dei megaresi ed Himera, opera dei calcidesi-zanclei, sorsero a metà del VII secolo. Al principio del VI secolo Akragas (Agrigento) fu fondata dai gelesi mentre i siracusani fondarono Kamarina. Verso la metà del VI secolo a.C. greci di origine calcidese  giunsero a Morgantina. Poco dopo i Greci giunsero i Fenici. Nel secolo VI la costa occidentale dell’isola appartiene ai Cartaginesi, fondatori di Zyz (Palermo), Mozia e di Soluto mentre le città di Eryx e Segesta furono fondate dagli Elimi.

La civiltà dei discendenti dei Greci stabilitisi in Sicilia (Sicelioti) è analoga a quella della Grecia propriamente detta. La formazione fondamentale è la “polis”, la città; anche quando si formano Stati più vasti, questi sono pur sempre aggregati alla città. Non pare che nelle città siceliote (come neppure in quelle italiote) vi sia stata mai la monarchia. L’aristocrazia fondiaria tenne generalmente il potere fino alla metà del secolo VI; gareggiò poi con essa la plutocrazia industriale e commerciale. Successivamente al periodo di egemonia aristocratica si ha la lotta tra l’aristocrazia e il popolo, mirante quest’ultimo ad ottenere l’uguaglianza dinanzi alla legge (donde le legislazioni attribuite a personaggi leggendari) e la partecipazione ai diritti politici. L’opposizione all’aristocrazia favorì, come in Grecia, il sorgere dei tiranni, che intorno al 500 a.C. troviamo in quasi tutte le città siciliane.

La Sicilia fu, al pari della Magna Grecia, un centro di cultura greco: ricordiamo Archimede, Caronda, Empedocle, Epicarmo, Gorgia, Sofrone e Stesicoro. Splendida fu la fioritura artistica, specialmente nell’architettura religiosa. Tra la fine del secolo VII e il principio del VI sorsero i primi templi a Siracusa, Agrigento per esempio; nel corso del VI si ebbero le grandi costruzioni dei templi dorici. Con le costruzioni architettoniche si sviluppò la decorazione sculturale: famose sono le metope di Selinunte. L’arte industriale ebbe pure larghissimo sviluppo; di grande valore estetico sono le monete delle città siceliote.

Il primo posto per importanza politica in Sicilia fu Siracusa, che divenne antesignana nella lotta con Cartaginesi ed Etruschi. La sua ascesa risale al principio del V secolo sotto il tiranno Gelone, vincitore ad Imera (ca. 480) dei Cartaginesi, mentre il fratello e successore Gerone sconfisse gli Etruschi a Cuma per mare (474). Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa una rivoluzione in senso democratico, che provocò il ristabilimento dell’indipendenza delle città siciliane assoggettate dai tiranni siracusani. Siracusa tuttavia proseguì la sua attività marittima fin nell’Italia centrale. Si ebbe ora in Sicilia un tentativo dei Siculi di liberarsi dal dominio greco e di costituire un regno proprio sotto Ducezio, tentativo che finì per fallire (460-440). Nella seconda metà del secolo V Atene venne a contrastare la potenza della dorica Siracusa, ma la grande spedizione ateniese del 415-413 a.C. finì in un disastro. Di quest’indebolimento dei Greci approfittò Cartagine  per una ripresa in Sicilia, occupando nel 409 a.C. Selinunte  e nel 405 a.C. Agrigento. Siracusa venne alla riscossa sotto il tiranno Dionigi il Vecchio, che però non spinse a fondo la guerra contro i Cartaginesi perché impegnato nella sottomissione delle città siceliote e nei tentativi espansionistici in Italia, ove si spinse fin nell’Adriatico superiore. Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa un lungo periodo di sconvolgimenti, terminato nel 343 con il ristabilimento della libertà per opera di Timoleonte, il quale vinse i Cartaginesi, promosse la liberazione delle città siceliote e la loro alleanza.

Siracusa riprese la politica egemonica intorno al 316 a.C. per opera del tiranno Agatocle, che sottomise le altre città greche, assunse il titolo di re (305) e combatté contro Cartagine. Lui morto (289), Siracusa tornò in libertà. Premuta nuovamente da Cartaginesi, essa, assieme ad Agrigento, invitò Pirro re dell’Epiro che era venuto in Italia su chiamata di Taranto, a combattere i Romani. Pirro passò in Sicilia e ottenne successi; ma la discordia insorse tra lui e i suoi alleati ed egli allora fece ritorno sul continente. I Cartaginesi ristabilirono la loro potenza sull’isola, mentre Siracusa doveva difendersi dai Mamertini, mercenari campani impadronitisi di Messina. Durante la guerra contro di essi si ebbe la costituzione a Siracusa della nuova tirannia di Gerone II (270) e l’intervento dei Romani, chiamati dai Mamertini. Di qui l’inizio della prima guerra punica.

Epoca romana

A seguito della I guerra punica (264-241 a.C.) l’isola fu assoggettata da Roma, che ne fece la sua prima provincia: una parte del territorio venne considerato ager publicus mentre il resto fu sottoposto a tributo. Vi si mantennero tuttavia, o vi si formarono, città federate (fra cui Siracusa, che mantenne per alcuni decenni una limitata autonomia) e municipi romani.

Durante la seconda guerra punica (218-202 a.C) vi furono ribellioni siceliote contro i Romani, principalmente ad Agrigento e Siracusa. Celebre fu il lungo assedio che quest’ultima subì da parte dell’esercito romano, che culminò nel 212 a.C. con l’espugnazione e il saccheggio della città. Le misure repressive che vennero adottate da parte dei vincitori recarono un grave colpo alla Sicilia. Siracusa divenne una città tributaria, mentre l’intera popolazione di Agrigento fu ridotta in schiavitù, venduta e sostituita da siciliani provenienti da zone rimaste fedeli a Roma. Le confische di beni e territori portarono allo sviluppo del latifondo e a una stagnazione della popolazione isolana, costituita in gran parte da schiavi che diedero vita alle guerre servili. Fra queste ultime rivestì una certa importanza quella scoppiata nel 138 a.C., in cui emerse anche un risveglio di sentimenti d’indipendenza da parte di alcuni centri abitati dell’isola. La feracità dell’isola fece di essa, fin da tarda età repubblicana, una delle regioni cereagricole più importanti del mondo romano. Dopo la morte di Cesare, la Sicilia fu governata, per alcuni anni, insieme alla Sardegna, da Sesto Pompeo. In età augustea si moltiplicarono gli stanziamenti dei veterani e dei coloni romani che favorirono il processo di latinizzazione di gran parte dell’isola. Essa, tuttavia, nell’ordinamento delle regioni augustee, era considerata come non facente parte dell’Italia. La concessione generale della cittadinanza romana fatta a suo tempo da Antonio non fu tuttavia mantenuta da Augusto, il quale però otorgò alle principali città lo status di municipio romano o di colonia latina.

La Sicilia godette di un relativo benessere fino ad epoca antonina, ma nel III secolo partecipò al generale processo di decadenza economica e politica dell’Impero. Con il nuovo ordinamento amministrativo ideato da Diocleziano e mantenuto in massima parte dagli imperatori successivi, la Sicilia, con la (Sardegna e la Corsica), venne unita amministrativamente all’Italia. All’effimera ripresa culturale ed economica dell’Impero durante il IV secolo l’isola non restò probabilmente estranea: di quest’epoca è la celebre villa romana del Casale di Piazza Armerina, che con i suoi 3.500 mq di mosaici.[2] costiuisce uno dei più superbi esempi di arte romana tardoantica. Attorno alla metà del V secolo i Vandali, stabilitisi in Africa, s’impadronirono dell’isola.
Epoca barbarica e bizantina

Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Odoacre ne ottenne la restituzione da Genserico dietro pagamento di tributo; Teodorico ne conservò il possesso senza più pagare il tributo. I Goti non fecero stanziamenti in Sicilia, rimanendo effettivamente nel dominio dei latifondisti romani (fra cui principale il vescovo di Roma) e questo facilitò la sua immediata adesione al generale imperiale Belisario quando vi sbarcò nel 535 d.C. iniziando la riconquista dell’Italia. L’isola rimase per tre secoli sotto la dominazione bizantina senza far parte né della circoscrizione italiana, né di quella africana, in dipendenza diretta da Costantinopoli, come una specie di demanio imperiale. Grandissima influenza continuò ad avervi la chiesa romana[senza fonte]. I Longobardi, che non ebbero flotta, non misero mai piede in Sicilia. Cominciarono invece colà già nel VII secolo le incursioni musulmane dall’Africa.

Epoca Islamica

Chiesa di San Cataldo (Palermo), di epoca Normanna, frutto di maestranze miste cristiane e islamiche.Chiesa di San Cataldo (Palermo), di epoca Normanna, frutto di maestranze miste cristiane e islamiche.

L’occupazione stabile dell’isola da parte dei Musulmani non ebbe inizio però se non con lo sbarco a Mazara del Vallo nell’827. La conquista proseguì lentamente: nell’831 fu presa Palermo, nell’843 Messina, nell’859 Enna (Castrogiovanni). Rimase ancora ai Bizantini (ma forse è meglio dire in anarchia dato che le flotte bizantine lasciarono la Sicilia da sola) una striscia ad oriente con Siracusa, che cadde solo nell’878, e Taormina, che resse ancora fino al 902, completando infine con Rometta l’occupazione della Sicilia e dei suoi arcipelaghi nel 965. Il dominio dei Musulmani in Sicilia fu assicurato per secoli dai loro stanziamenti dell’Italia meridionale che ne formarono come il propugnacolo, dalla divisione politica dell’Italia e dall’impotenza degli imperatori franchi e teutoni a riunirla sotto il loro dominio.

Epoca Normanna

Furono invece i Normanni stabilitisi nel Mezzogiorno che, prima ancora di compiere la conquista del continente, si rivolsero a togliere l’isola ai Musulmani. Ruggero I d’Altavilla iniziò l’impresa nel 1060 e la compì nel 1091 tenendo la Sicilia col titolo comitale come feudo di Roberto il Guiscardo. A lui successe Ruggero II, che alla Sicilia riunì il Mezzogiorno continentale ed ebbe nel 1130 dall’antipapa  Anacleto II, e poi nel 1139 da Innocenzo II, la corona di Sicilia come feudo della Santa Sede. Scelse come sede reale, la cittadina di Cefalù, dove fece erigere nel 1131 la Basilica Cattedrale come suo mausoleo. Gli successe il figlio Guglielmo il Malo (1154-1166), così detto per la durezza con cui egli, o piuttosto il suo potente ministro, l’ammiraglio Maione di Bari, represse le rivolte dei grandi, specialmente di Puglia. Questi si erano rivolti a Federico Barbarossa e all’imperatore bizantino Manuele I Comneno. Le milizie bizantine sbarcarono in Puglia, occupando Brindisi  e Trani e posero l’assedio a Brindisi (1156). Andarono però perdute le conquiste di Ruggero II.

Successo a Guglielmo I il secondogenito Guglielmo il Buono (1166-1189), il regno si andò pacificando. Nella contesa tra il papato e i comuni da una parte e il Barbarossa dall’altra, Guglielmo II stette con i primi per difendersi dalle mire imperiali. Dopo Legnano egli concluse a Venezia, al pari dei comuni lombardi, una tregua con il Barbarossa (1177) e la pace a Costanza (1183).

Il che favorì un’intesa fra impero tedesco e regno normanno: Guglielmo II fidanzò l’unico discendente legittimo della dinastia, Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, con il figlio dell’imperatore Enrico (1184). Il matrimonio fu celebrato a Milano nel gennaio 1186.

Morto Guglielmo II, contro Enrico VI si levò un forte partito che gli oppose un rampollo illegittimo della casa normanna, Tancredi, conte di Lecce, che fu riconosciuto da papa Clemente III. Una prima spedizione di Enrico VI (1191) non riuscì nella conquista del regno; una seconda, avvenuta dopo la morte di Tancredi (febbraio 1194), portò al successo, e alla fine del 1194 Enrico fu incoronato Re di Sicilia a Palermo. Tentativi di rivolta furono da lui ferocemente repressi. Egli intendeva fare del regno una base per una grande spedizione contro l’impero bizantino, ma lo morte sopraggiunse improvvisamente a Messina nel settembre 1197.

La storia della Sicilia sotto suo figlio, Federico II, detto stupor mundi, il quale procedette ad un riordinamento generale del regno, è narrata nella voce relativa; e il seguito di essa in quella su Manfredi. Caduto questi a Benevento (1266), Carlo I d’Angiò, al quale il pontefice aveva trasmesso il regno, ne rimase padrone; e vana riuscì la spedizione di Corradino (1268), che venne decapitato a Napoli.

Epoca Angioina

La Sicilia fu particolarmente malcontenta del governo angioino, innanzitutto per il suo fiscalismo. Alcune parziali sollevazioni in favore di Corradino vennero ferocemente domate con lo sterminio d’intere cittadinanze, e molti nobili furono spogliati per dare i loro beni ai francesi. Inoltre la Sicilia si sentiva posposta a Napoli, ove Carlo aveva la sua sede. Il popolo era malcontento anche per il modo licenzioso con cui i francesi trattavano le donne siciliane: malcontento che scoppiò nell’insurrezione dei Vespri Siciliani, iniziata il 31 marzo 1282, cui seguirono l’intervento di Pietro III d’Aragona acclamato re di Sicilia e la guerra cosiddetta del Vespro fra Angioini e Aragonesi.

Epoca Aragonese

Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia rimase a Federico III di Aragona col titolo di re di Trinacria. Alla sua morte l’isola avrebbe dovuto tornare agli Angioini; invece Federico fece riconoscere per successore il figlio Pietro. Di qui una lunga guerra fra i due regni protrattasi inconcludente assai dannosa, con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste e con la legislazione e l’appoggio dato a re Roberto; a Pietro successe Luigi (1342-1355). Sotto di lui e il suo successore Federico III, Giovanna I di Napoli e il marito Luigi di Taranto intervennero, chiamati da molti signori, ricevettero a Messina (1356) l’omaggio dei sudditi siciliani e per qualche tempo furono nella maggior parte dell’isola. Ben presto però Federico riprese il sopravvento; e nel 1372 fu conclusa la pace, per la quale la Sicilia rimaneva alla casa cadetta aragonese come del papa. L’isola rimarrà indipendente e con una propria dinastia regale fino al 1410 circa.

Morto Federico III nel 1377, la successione della figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro IV d’Aragona del ramo principale, che cedette i suoi diritti sulla Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il quale li trasmise al figlio Martino il Giovane. L’isola si divise in fazione aragonese e siciliana, della quale seconda stettero a capo i potentissimi baroni Chiaramonte. La regina Maria fu fatta prigioniera dalla fazione aragonese, condotta in Spagna e maritata a Martino il Giovane, e questi venne coronato a Palermo (1392). Pure la guerra civile continuò sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402) e Martino il Giovane (1409), Martino il Vecchio re d’Aragona si dichiarò erede del Regno di Trinacria; ma, morto anche lui quasi subito dopo (1410) ed estintasi la casa d’Aragona, seguì un periodo d’interregno e confusione, finché i siciliani, al pari degli Aragonesi, riconobbero il figliolo della sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando di Castiglia, venendo così a riunire i due regni di Aragona e di Sicilia con l’isola che perdette l’indipendenza.

In Sicilia i primi re aragonesi emanarono molte costituzioni per difendere i diritti popolari dagli abusi feudali e fiscali, e costituirono definitivamente l’istituto del parlamento, un’assemblea d’origine normanna composta di nobili, clero e deputati delle città regie (cioè non feudali), cui fu riservato il diritto di deliberare pace e guerra, di votare le imposte, di censurare i pubblici ufficiali. I re per tener a freno la nobiltà favorirono anche le libertà municipali; ma, nonostante tutto questo, i feudatari acquistarono un potere preponderante a danno dell’autorità regia e dei comuni. Tutto ciò portò l’isola ad una profonda decadenza.

Alfonso d’Aragona re di Sicilia, figlio di Ferdinando di Castiglia, acquistò anche Napoli nel 1442. Ma alla sua morte (1458) la riunione ebbe termine, perché la Sicilia passò con l’Aragona al fratello Giovanni II d’Aragona, mentre Napoli fu lasciata da Alfonso, come acquisto personale, al figlio naturale legittimato, Ferdinando I. Con Ferdinando il Cattolico figlio di Giovanni, re di Aragona e di Sicilia, che riunì la Spagna sotto il suo governo, si ebbe di nuovo, per la conquista del Napoletano (1501-03) da lui operata contro la Francia, la riunione dei due regni alla corona di Spagna, rimanendo però distinte col titolo di Regno di Napoli e Regno di Sicilia. Prevalentemente a Palermo, risiedé un viceré. Gli spagnoli governarono in Sicilia come nelle altre province dell’impero: vennero a mano a mano ridotte le attribuzioni del parlamento. Inoltre gli spagnoli monopolizzarono il commercio del grano, accrescendo la decadenza economica della Sicilia. Queste condizioni produssero rivolte, di cui si ebbe una serie a Palermo, contemporanea a quelle di Napoli, di Masaniello e a quella in Sardegna: quella di Nino della Pelosa, che fu messo a morte; quella di Giuseppe D’Alesi. Il viceré e i nobili riuscirono a suscitare una sommossa popolare contro l’Alessi, in cui questi fu ucciso; e il popolo, privo di un capo, fu domato. Seguirono altri moti, e in ultimo, sul finire del 1649, una congiura che ebbe per capi due eloquenti avvocati, Antonio Lo Giudice e Giuseppe Pesce: la congiura fu scoperta e i due uccisi. Più tardi fu Messina ad insorgere (1674) mettendosi sotto la protezione di Luigi XIV; ma, quando questi pensò a far la pace con l’alleanza dell’Aia, ordinò lo sgombero della città (gennaio 1678), che ritornò così sotto la Spagna.

Con la pace di Utrecht (1713) il Regno di Sicilia fu dato a Vittorio Amadeo II di Savoia che in brevissimo tempo divenne inviso ai siciliani per la sua esosità.

Epoca Borbonica

La Spagna sotto la direzione dell’Alberoni tentò di riconquistare i domini italiani e nel 1718 un esercito sbarcò in Sicilia occupandola. La formazione immediata della Quadruplice alleanza costrinse la Spagna a recedere dal suo proposito; e allora la Sicilia fu ceduta all’Austria, che non aveva cessato di reclamarla, passava sotto quella potenza per la ricordata pace di Utrecht. Il figlio di secondo letto di Filippo V, della nuova dinastia borbonica di Spagna, Don Carlos, durante la guerra di Successione polacca compì (1734) una spedizione vittoriosa nel regno che riacquistò in lui un re indipendente, pur essendo strettamente legato politicamente alla Spagna. Sotto di lui (Carlo III, 1734-1759) e sotto il figlio Ferdinando IV, finché fu al governo il Tanucci, si ebbe un indirizzo riformatore. Dopo il ritiro del Tanucci e soprattutto dopo l’inizio della Rivoluzione Francese prevalse un indirizzo reazionario: questo non fece che favorire nella gente colta lo sviluppo delle nuove idee (il cosiddetto giacobinismo). A Palermo si ebbe nel 1795 la congiura del repubblicano Francesco Paolo Di Blasi. Nel 1799 e poi nel 1806-1814 Ferdinando III, per le pressioni dell’Inghilterra, concesse alla Sicilia nel 1812 una nuova costituzione con le due camere dei Pari e dei Comuni, di tipo inglese.

Ferdinando III era stato costretto a concedere la costituzione anche dal fatto che la nobiltà, di dubbia devozione, aveva abbandonato la monarchia. Così, il sovrano era rimasto quasi isolato e non aveva potuto resistere alle pressioni del rappresentante inglese a Palermo, Lord Bentinck. Questo spiega la soppressione del parlamento attuata dal re il 15 maggio 1815, non appena fu sicuro del suo ritorno sul trono di Napoli, e il decreto dell’8 dicembre 1816 con cui ordinava che tutti i suoi domini al di là e al di qua del Faro, cioè i due regni, sino allora distinti, di Napoli e di Sicilia, dovessero formare l’unico Regno delle due Sicilie. Quasi contemporaneamente procedeva all’abolizione delle libertà e delle franchigie della Sicilia, delle sue leggi, dei suoi ordinamenti, della sua zecca e delle sue magistrature. Ma una simile condotta destò subito nell’isola una viva opposizione, che condusse alla rivolta scoppiata nel luglio del 1820, subito dopo quella di Napoli: qui la Carboneria e i militari napoleonici avevano chiesto e ottenuto la costituzione, mentre a Palermo si voleva il riconoscimento dell’indipendenza siciliana. Tuttavia questa richiesta non trovò ascolto neppure presso il nuovo parlamento napoletano, e anche i deputati videro nell’indipendenza dell’isola il perpetuarsi dei privilegi feudali più che la garanzia di una vita libera. Sicché si disposero a sottomettere con la forza Palermo e sconfessarono la convenzione firmata da Florestano Pepe il 5 ottobre, invitando Pietro Colletta che ben presto ebbe ragione della resistenza dei siciliani.

Il particolarismo palermitano non aveva affatto giovato alla rivoluzione napoletana, che si era anzi dovuta logorare nel grave e difficile problema interno. D’altronde, anche quella rivoluzione era piuttosto un ricordo del periodo napoleonico che un’anticipazione dei moti risorgimentali e, pertanto, neppure essa poté resistere a lungo all’esercito austriaco. Negli anni seguenti, che furono gli anni centrali della Restaurazione, Ferdinando I, Francesco I e, soprattutto, Ferdinando II, salito al trono nel 1830, cercarono di temperare il loro governo con un paternalismo, in diverse occasioni, moderato e che voleva apparire desideroso di nuovi metodi. Ma questo non impedì che si susseguissero diverse congiure, fra le quali la più nota è quella del 1 settembre 1831, in cui gli insorti, guidati da Domenico di Marco e appartenenti in maggioranza al ceto degli artigiani (che, allora, erano legati alla nobiltà), percorsero Palermo chiedendo la costituzione. Nel 1837 un’altra rivoluzione scoppiava a Catania e a Siracusa, favorita dalle condizioni in cui versavano le popolazioni colpite dalla carestia e dal colera. Meno avvertita fu in quest’ultimo moto l’esigenza dell’autonomia, che invece continuava ad essere sentita a Palermo, come dimostrò la rivoluzione del 12 gennaio 1848, una rivoluzione che precedette tutte le altre che scoppiarono in quell’anno, ma che pure non esercitò grande influenza proprio perché ancora animata dallo spirito d’indipendenza isolana.

In un primo momento la Sicilia sperò di riuscire ad ottenere da Ferdinando II una costituzione separata, ma il parlamento, radunatosi il 25 marzo, dovette prendere atto del preciso rifiuto del re e allora dichiarò, nell’aprile, decaduta la monarchia borbonica e, dopo aver conferito a Ruggero Settimo, capo del governo provvisorio, la reggenza, facendo uso dei diritti di “Stato sovrano e indipendente”, scelse il nuovo re nella persona di Alberto Amedeo di Savoia, duca di Genova e figlio di Carlo Alberto. La Sicilia troppo apertamente trasferiva sul piano italiano le sue aspirazioni di indipendenza, mostrando d’intendere la sorte della penisola come una confederazione di liberi stati. Approfittando dell’isolamento in cui si trovava la Sicilia, fu più facile al Borbone, vittorioso a Napoli sul parlamento nella giornata del 15 maggio, condurre la lotta contro la Sicilia; nel settembre, Messina, lungamente bombardata dovette cedere ed entro il 1848 le truppe napoletane completavano l’occupazione della costa orientale, investendo poi, nel nuovo anno, Palermo. Nel 1849, la resistenza che questa città condusse per diverso tempo apparve troppo ai patrioti che ancora combattevano a Roma e a Venezia sotto una diversa luce perché tutti si sentivano legati allo stesso destino e la causa di uno era la causa di comune. Ma ormai non c’era più nulla da fare di fronte alla reazione che stava per trionfare in Italia e in Europa: il 15 maggio 1849 Ferdinando II ritornava in possesso di Palermo e, conseguentemente, di tutta l’isola. Era stata un’amara esperienza, che però diede i suoi frutti nel decennio successivo, quando l’opinione pubblica siciliana si orientò, come avveniva nelle altri parti della penisola, verso il Piemonte e il Cavour

Unificazione italiana

Alcune insurrezioni rivelarono qual era lo stato d’animo dei Siciliani, finché il 4 aprile 1860, scoppiò la rivolta, capeggiata da Francesco Riso, che fu detta del convento della Gancia. Le truppe borboniche ne ebbero abbastanza facilmente ragione, ma essa offrì il modo a Crispi di dimostrare a Garibaldi come l’isola fosse pronta ad accogliere la spedizione che questi aveva in animo di fare, dopo però che il popolo siciliano si fosse sollevato. La campagna nell’isola contro le forze borboniche fu molto più rapida di quanto si credesse: il 14 maggio da Salemi Giuseppe Garibaldi assumeva la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II; il giorno dopo sconfiggeva il nemico a Calatafimi, aprendosi la via per Palermo, ove giungeva il 27 maggio. Il 2 giugno il generale formava un ministero, nel quale la figura predominante era il Crispi e, poco dopo, scacciava dall’isola l’inviato di Cavour, il La Farina, ma accettava la collaborazione del Depretis, pure inviato da Cavour, nominandolo anzi prodittatore. Con la battaglia di Milazzo del 20 luglio tutta la Sicilia era liberata e la spedizione continuava nel continente.

Tuttavia una non indifferente parte della classe dirigente insulare era contraria ad un’annessione pura e semplice e avrebbe voluto conservare una certa autonomia, ma Cavour, facendo votare per la fusione, infranse queste aspirazioni. I ceti popolari, nel passaggio dalla società feudale, in cui godevano di diritti che ne alleviavano le condizioni, alla società borghese quale fu introdotta violentemente nell’isola, ebbero maggiormente a soffrire, e, pertanto, alimentarono quello che fu detto il fenomeno del brigantaggio, fenomeno sociale di ribellione al nuovo dominio della borghesia che le leggi del parlamento italiano consolidavano. Tale triste situazione portò alla rivolta di Palermo del settembre del 1866, in cui si trovarono unite a combattere il governo della Destra e le due opposizioni: da un lato la reazionaria del clero e delle classi popolari e dall’altro la democratica e repubblicana, che raccoglieva parte della borghesia delusa dell’unità. Per sette giorni Palermo fu tenuta sotto scacco dagl’insorti e si dovette mandare il generale Raffaele Cadorna per aver ragione della rivolta.

Dal 1886 al 1894 le condizioni dell’isola invece di migliorare peggiorarono, soprattutto in conseguenza della rottura dei rapporti commerciali con la Francia nel 1887 che danneggiò notevolmente l’agricoltura meridionale. Nelle campagne il disagio dei contadini era aggravato dall’occupazione, da parte dei borghesi, delle terre demaniali, che destò una viva resistenza e che portò al tragico episodio di Caltavuturo (gennaio 1893), quando la truppa sparò sui contadini uccidendone undici, mentre nelle campagne e nelle zolfare gli operai chiedevano o lavoro o aumento dei salari. Intanto, a cominciare dal 1890-91, la propaganda socialista era penetrata nell’isola ed erano sorti, numerosi, i Fasci dei lavoratori. Il movimento, che si estendeva sempre più, favorito dalla cattiva situazione economica, fu affrontato dal secondo governo Crispi con la forza: fu decretato lo stato d’assedio e sospesa la libertà di stampa, furono sciolti i Fasci e gli arrestati deferiti ai tribunali militari. Le condizioni dell’isola non migliorarono granché, neppure durante il decennio giolittiano che anzi, col protezionismo industriale, peggiorò la situazione del Meridione in grande prevalenza agricolo. Dopo la prima guerra mondiale anche in Sicilia, come nelle altre regioni del Sud, frequenti furono le invasioni dei terreni da parte dei contadini affamati di terra e desiderosi di strapparne un pezzetto al feudatario o al grosso latifondista. Ma il regime totalitario non riuscì a risolvere nessuno dei problemi siciliani (nemmeno quello della mafia, che pure si vantò di aver estirpato), sicché tutti quei problemi si ritrovarono immutati dopo la seconda guerra mondiale. Gli sbarchi anglo-americani, nel luglio del 1943, provocarono danni notevoli e solo lentamente la Sicilia si risollevò. Il generale britannico Harold Alexander, che nella sua veste di comandante supremo dell’armata era anche governatore militare delle zone occupate, ma il vero responsabile era il colonnello Charles Poletti, capo dell’Ufficio Affari civili dell’AMGOT. Nel febbraio 1944 gli Alleati riconsegnarono l’isola al governo italiano del Regno del Sud, che nominò un Alto commissario. Intanto, però, riprendeva forza l’antica tendenza all’autonomia, che nel secolo scorso aveva spinto i siciliani a chiedere il distacco dall’Italia. Si sviluppò il movimento separatista. Si trattava di un movimento sostenuto in particolare dai latifondisti che paventavano eventuali riforme agrarie[senza fonte]; esso tenne agitata la vita dell’isola per diversi anni, finché si andò spegnendo, anche per l’istituzione, con il Decreto lgs. 15 maggio 1946, della Regione Siciliana, che concedeva l’autonomia. Nell’aprile del 1947 veniva eletto il primo parlamento siciliano, che il 30 maggio eleggeva il primo governo regionale.

 

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Emilia-Romagna

Chiesa di San Giovanni Evangelista, Ravenna


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Chiesa di San Giovanni Evangelista - RavennaLa chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna, visibile in prossimità della stazione ferroviaria, venne costruita per volontà di Galla Placidia in seguito ad un voto fatto all’evangelista Giovanni  durante la traversata che da Costantinopoli la condusse a Ravenna nel 424: viste le pessime condizioni atmosferiche, la sovrana promise che, se avesse toccato terra, avrebbe costruito una chiesa dedicata a Giovanni nel luogo dello sbarco.

Nel Medioevo la chiesa divenne la sede di un gruppo di monaci benedettini che vi costruirono accanto un importante monastero. Nel ‘300 la chiesa e il monastero furono rinnovati seguendo il gusto gotico; di quell’intervento resta l’interessantissimo portale. La chiesa fu privata dei suoi mosaici nel 1747.

Durante la Seconda guerra mondiale la chiesa venne bombardata e in seguito ristrutturata.

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Convento Benedettini Muri di Gries, Bolzano


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Guide > Visitare Bolzano > Convento Benedettini Muri di Gries Bolzano
Il Convento Muri di Gries sorge sulla piazza omonima ed ha una storia controversa. Una fortificazione del XII secolo, costruita dai conti Morit-Greifenstein, fu trasformata in castello. Il castello fu donato ai Duchi d’Austria che, nel 1406, lo cedettero ai Frati Agostiniani. Questi lo trasformarono in convento e nel 1416 vi costruirono una chiesa. L’edificio fu saccheggiato nel 1525 dai contadini in rivolta e devastato al tempo delle guerre napoleoniche. Soppresso nel 1806 dal governo bavarese sotto Napoleone, il convento risorse nel 1845, quando l’Imperatore d’Austria lo donò ai padri Benedettini provenienti da Muri, in Svizzera.
Il nucleo più antico è rappresentato dal castello costruito nel 1200, il cui mastio è adibito a torre campanaria della chiesa. Nella seconda metà del Settecento, la chiesa costruita nel 1416 fu sostituita dalla monumentale chiesa barocca, dedicata a Sant’Agostino. L’interno della chiesa è ornato da affreschi alla volta e da sette pale d’altare, tutte…

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Emilia-Romagna

Basilica di San Francesco, Ravenna


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Tomba di DANTE nella Basilica di San Francesco, RavennaLa basilica fu eretta poco dopo la metà del V secolo dal Vescovo Neone, che la dedicò ai SS. Apostoli. I muri originali non esistono più, perché la chiesa è stata completamente rifatta nel X-XI secolo. Di poco anteriore a questa ricostruzione è il campanile quadrato, alto quasi 33 metri. Nel 1261 la chiesa fu affidata ai Frati Conventuali, e da allora prese il nome attuale. In essa, nel 1321, si svolsero i funerali di Dante, che venne sepolto nei pressi della chiesa.
L’edificio prospetta su una piccola piazza e si presenta semplice e lineare; la facciata, in povero laterizio a vista, è mossa al centro da una piccola bifora. L’interno, diviso in tre navate da due file di antiche colonne marmoree e coperto da un soffitto medioevale a chiglia rovescia di nave, s’impone per la semplicità e l’armonia delle sue linee architettoniche. Queste linee fanno confluire lo sguardo del visitatore verso l’abside finestrata, sotto al cui presbiterio rialzato si svolge il vano d’una cripta ad oratorio, di poco anteriore all’anno 1000. Visibile attraverso alcune aperture, la cripta è costantemente invasa dalle acque. Il suo pavimento è costituito da quello dell’antica costruzione del V secolo, tanto che vi si intravedono dei resti musivi, fra cui uno che reca un’iscrizione latina sulla sepoltura del fondatore, il Vescovo Neone. L’altare è costituito da un sarcofago del V secolo. All’interno della chiesa si conservano due antichi sarcofagi di marmo, attribuiti alla fine del IV secolo o alla prima metà del V.
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Emilia-Romagna

Palazzo dell’Arengo, Rimini


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Il Palazzo dell’Arengo è un maestoso edificio in stile Romanico-Gotico di Rimini, situato in piazza Cavour.
Sormontato da merlature, qui si riuniva, nel tardo medioevo, il consiglio del popolo riminese. Il palazzo, eretto nel 1204, conserva al piano superiore affreschi della scuola riminese del 1300.

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Emilia-Romagna

Basilica Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna


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Esterno della Basilica Sant'Apollinare Nuovo - RavennaLa basilica di Sant’Apollinare Nuovo è una basilica a Ravenna; è stata fatta erigere da Teodorico nel 505 per il culto ariano della sua gente e nel VI secolo fu consacrata a quello cattolico dopo la conquista della città da parte dell’Impero bizantino. La basilica è un importante esempio dell’arte ravennate.

Storia
La basilica venne fondata da Teodorico all’inizio del VI secolo con il nome di Domini Nostri Iesu Christi; era dedicata al culto ariano e fu la chiesa palatina di Teodorico.

Con la conquista della città da parte dei bizantini (540) iniziò un programma di restaurazione dell’ortodossia cattolica che comportò la cancellazione o la trasformazione dei precedenti edifici legati ai goti e all’arianesimo. Giustiniano donò quindi la basilica alla Chiesa e la riconsacrò a San Martino di Tours, avversario di ogni eresia. La situazione di Sant’Apollinare Nuovo fu emblematica , dove era presente nella fascia sopra gli archi che dividono le navate un ciclo di mosaici con temi legati alla religione ariana, che fu, su iniziativa del vescovo Agnello, cancellata e ridecorata. Si salvarono solo gli ordini più alti della decorazione (con le Storie di Cristo e con i santi e profeti), mentre nella fascia più bassa, quella più grande e più vicina all’osservatore, si procedette a una vera e propria ridecorazione che salvò solo le ultime scene con le vedute del Porto di Classe e del Palatium di Teodorico, sebbene epurate per una damnatio memoriae di tutti i ritratti, che probabilmente appartenevano a Teodorico stesso e ai suoi dignitari.

La basilica assunse il suo nome attuale solo intorno al IX secolo dopo che vi furono portate le reliquie del santo dall’omonima basilica di Classe per sottrarle al pericolo delle scorrerie dei pirati.

Planimetria
L'interno della basilica sant'apollinare nuovo di RavennaSi tratta di un edificio a tre navate, privo di quadriportico e preceduto dal solo nartece, che, in area ravennate, viene più propriamente chiamato àrdica (dall’adattamento bizantino nàrtheka del termine greco classico nàrthex, nartece).

Esternamente si presenta con una facciata a capanna, realizzata in laterizio. Nella parte superiore si trova, esattamente al centro, una grande e larga bifora in marmo, sormontata da altre due piccolissime aperture, l’una a fianco dell’altra. Il nartece presenta un tetto spiovente, che dalla facciata scende verso le colonne portanti. Queste sono in marmo bianco e creano un notevole contrasto con la scurezza dell’edificio vero e proprio. Nella parte anteriore sinistra rispetto alla Basilica, si innalza verso il cielo un campanile dalla pianta circolare, anch’esso in mattoni.

La navata centrale, larga il doppio di quelle laterali, termina con un’abside semicircolare, ed è delimitata da dodici coppie di colonne poste una di fronte all’altra che sorreggono archi a tutto sesto.

Mosaici
Cristo divide le pecore dai capretti, Sant'Apollinare NuovoCome tutte le chiese di Ravenna dei periodi imperiale (fino al 476), ostrogotico (fino al 540) e giustinianeo (dal 540  in poi), anche Sant’Apollinare Nuovo è decorata con meravigliosi e coloratissimi mosaici. Tuttavia essi non risalgono alla stessa epoca: alcuni sono teodoriciani, altri risalgono alla ridecorazione voluta dal vescovo Agnello, quando l’edificio venne riconsacrato al culto cristiano cattolico.

Le pareti della navata centrale sono divise in tre fasce ben distinte dalle decorazioni musive.

La fascia più alta è decorata da una serie di riquadri intervallati dal motivo allegorico di un padiglione con due colombe. I riquadri presentano scene della vita di Cristo e sono particolarmente curati nei dettagli, anche se in antico si trovavano ancora più in alto (per via della subsidenza) e quindi la loro lettura era tutto sommato ardua. Alcune scene permettono di evidenziare alcune evoluzioni dell’arte del mosaico nell’epoca di Teodorico. La scena del Cristo che divide le pecore dai capretti ricorda quella del Buon Pastore del Mausoleo di Galla Placidia, ma le differenze sono notevoli (è passato poco meno di un secolo): le figure non sono più disposte in uno spazio in profondità, ma appaiono schiacciate l’una sull’altra, con molte semplificazioni (alcuni animali non hanno nemmeno le zampe). La rigida frontalità e la perdita del senso del volume nel Cristo e negli angeli imprime un innegabile senso ieratico. Nella scena dell’Ultima cena Cristo e gli apostoli sono raffigurati similmente alle raffigurazioni romane paleocristiane, e le proporzioni gerarchiche (Cristo più grande delle altre figure) rientrano nel filone dell’arte tardoantica "provinciale" e "plebea".

La fascia mediana ha riquadri tra le finestre che incorniciano solide figure di Santi e Profeti dalle vesti ombreggiate e morbidamente panneggiate. Essi, nonostante l’indefinito fondo oro, si dispongono su un piano prospettico.

Palazzo di TeodoricoLa fascia inferiore, la più grande, è anche quella maggiormente manomessa. Sulla parete di destra (guardando verso l’altare), è raffigurato il famoso Palazzo di Teodorico, riconoscibile dalla scritta latina PALATIUM (Palazzo) nella parte bassa del timpano. Gli edifici interni rappresentati sono mostrati in prospettiva ribaltata. Ciò significa che quello che si vede corrisponde a tre lati del peristilio, schiacciati su un unico piano. Tra una colonna e l’altra sono tesi dei drappeggi bianchi e decorati in oro, che coprono le ombre di antiche figure umane rimaste dopo che una parte del mosaico fu condannata alla distruzione: per una sorta di damnatio memoriae tutte le figure umane (quasi certamente Teodorico stesso e membri della sua corte) vennero cancellate e si notano ancora le ampie parti di colore leggermente diverso (a riprova di una ricostruzione avvenuta in un momento diverso) e le incontrovertibili tracce sulle colonne bianche, dove spuntano qua e là delle mani.

Le colonne che sorreggono gli archi del palazzo sono candide e slanciate (nella realtà dovevano essere in marmo) e terminanti con capitelli in tipico stile corinzio. Sopra gli archi, che riportano motivi di angeli che tendono festoni floreali, si trova una lunga teoria di archetti bassi protetti da parapetti, e sormontati dal tetto in tegole. Questo doveva probabilmente essere un lungo terrazzo coperto.

Il Porto di ClasseDi là dal Palazzo si notano alcuni edifici basilicali o a pianta centrale che hanno la funzione di rappresentare, sinteticamente e simbolicamente, la città di Ravenna.

Sulla parete di fronte è raffigurato invece il porto di Classe, che in quel tempo era il più grande di tutto l’Adriatico, nonché una delle principali sedi della flotta imperiale romana. Sulla sinistra, i tasselli del mosaico compongono la figura di tre imbarcazioni allineate verticalmente, che sostano sull’acqua azzurra e calma del porto, in un’insolita prospettiva "a volo d’uccello", che ne risalta l’ampiezza. Da ambedue le parti esse sono protette da una coppia di alte torri in pietra. Continuando verso destra, si possono osservare le alte e possenti mura merlate cittadine, all’interno delle quali si intravedono vari edifici notevolmente stilizzati: un anfiteatro, un portico, una basilica, una costruzione civile a pianta centrale coperta da un tetto conico. Sopra la porta d’ingresso alla città, sull’estrema destra, si leggono le parole latine: CIVI CLASSIS (Città di Classe).
Mosaici della navata

Mosaici della navataLe contrapposte processioni di Santi Martiri e Sante Vergini, sempre nel registro inferiore, furono eseguite nel periodo di dominazione bizantina (quando Ravenna era un Esarcato dipendente da Costantinopoli) ed evidenziano alcuni dei caratteri dell’arte propria dell’Impero d’Oriente quali: la ripetitività dei gesti, la preziosità degli abiti, la mancanza di volume (con il conseguente appiattimento o bidimensionalità delle figure). E ancora: l’assoluta frontalità, la fissità degli sguardi, la quasi monocromia degli sfondi (un abbacinante oro), l’impiego degli elementi vegetali a scopo puramente riempitivo e ornamentale, la mancanza di un piano d’appoggio per le figure che, pertanto, appaiono sospese come fluttuanti nello spazio.

L’abside venne distrutta da un terremoto e poi ricostruita, e per questo motivo è completamente priva di mosaici (che quasi sicuramente dovevano essere simili a quelli dell’ omonima chiesa a Classe).

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Palazzo Mergulese-Montalto, Siracusa


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Guide > Visitare Siracusa > Palazzo Mergulese-Montalto Siracusa
Il Palazzo Mergulese-Montalto sorge in Via del Mergulense, nelle vicinanze di Piazza Archimede. Fu eretto nel 1397 – da un architetto rimasto sconosciuto – per volere della nobildonna Macciotta Mergulese. Nel Quattrocento, Costanza d’Aragona lo donò alla famiglia Montalto. Nel 1837, fu adibito a lazzaretto a seguito del colera e nel 1854 accolse la comunità religiosa delle Figlie della Carità. L’edificio, perfetta fusione di degli stili aragonese e catalano, è uno dei migliori e più riusciti esempi di gotico chiaramontano, del tutto inconsueto a Siracusa, nell’edilizia dell’epoca.
L’edificio presenta un pregevolissimo prospetto trecentesco, con pietre scure ben intagliate. La porta ogivale nel corpo inferiore serve anche da basamento: nel secondo livello, si notano tre grandi finestre archiacute, con decorazioni geometriche e floreali, una bifora, una trifora e una monofora. All’interno delle singole lunette sono inseriti dei piccoli rosoni, Sopra la porta ogivale, sta una bella…
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Emilia-Romagna

Basilica di Sant’Apollinare in Classe, Ravenna


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La basilica di Sant’Apollinare in Classe è una basilica situata a circa 5 chilometri dal centro di Ravenna. È stata costruita nella prima metà del VI secolo, finanziata da Giuliano Argentario per il vescovo Ursicino; fu consacrata nel 547  dal primo arcivescovo Massimiano ed è stata dedicata a sant’Apollinare, il primo vescovo di Ravenna.

All’interno della basilica le pareti sono spoglie, eccetto la zona absidale, ricoperta da un “manto policromo” di mosaici, risalenti ad epoche diverse. Al centro della basilica, sul luogo del martirio del Santo, è collocato un altare antico.

Nel registro superiore della zona absidale, che si estende orizzontalmente per tutta quanta la larghezza dell’arco, è raffigurato Cristo dentro un medaglione circolare. Ai suoi lati, in mezzo ad un mare di nubi stilizzate, stanno i simboli alati degli evangelisti: l’Aquila (Giovanni), l’Uomo alato (Matteo), il Leone (Marco), il Vitello (Luca).

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Palazzo dei Medici Pisa

Palazzo dei Medici a Pisa: Storia e Architettura del Potere Mediceo

1. Introduzione

Il Palazzo dei Medici a Pisa, situato nell’iconica Piazza dei Cavalieri, è uno dei simboli più significativi del dominio fiorentino sulla città. Costruito nella prima metà del XVI secolo, fu voluto dalla famiglia Medici come sede del governo cittadino dopo la definitiva conquista di Pisa nel 1509. Oggi, insieme agli altri palazzi della piazza, forma un complesso architettonico di straordinario valore storico e artistico.

2. Storia

  • 1511-1513: Edificato per volontà di Cosimo I de’ Medici su progetto attribuito a Baccio Bandinelli o Giovan Battista del Tasso.

  • Funzione: Sede del Governatore della Città e centro amministrativo del potere mediceo.

  • XIX secolo: Diventa parte della Scuola Normale Superiore (attigua al Palazzo dell’Orologio).

3. Architettura

  • Stile rinascimentale: Facciata sobria con bugnato agli angoli e finestre incorniciate in pietra serena.

  • Particolarità:

    • Lo scalone monumentale interno.

    • Il cortile porticato, ispirato ai palazzi fiorentini.

    • Gli stemmi medicei ancora visibili sulla facciata.

4. Curiosità

  • Legami con Firenze: Progettato per ricordare i palazzi del potere mediceo nella capitale toscana.

  • Fantasmi: Si narra che nelle sue sale si aggiri il fantasma di un antico governatore.

5. Visita Oggi

  • Accesso: Parte del complesso della Scuola Normale Superiore (visitabile su richiesta o durante eventi).

  • Dove: Piazza dei Cavalieri, accanto al Palazzo dell’Orologio.

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Emilia-Romagna

Basilica di Sant’Agata Maggiore, Ravenna

La facciata e la torre campanariaLa Basilica di Sant’Agata Maggiore è una delle chiese più antiche di Ravenna, situata nel cuore della città, a pochi passi dalla Basilica di San Francesco e dalla Tomba di Dante. La chiesa fu costruita nel V secolo, anche se l’attuale aspetto è dovuto ai restauri degli inizi del Novecento  con i quali la chiesa riacquistò le sue forme originali paleocristiane.

Storia
La basilica di Sant’Agata Maggiore (definita maggiore poiché, nel medioevo, a Ravenna vi erano altre due chiese dedicate alla Santa) sorse nel periodo tardoantico (V secolo) in posizione prospiciente il fiume Padenna, ora scomparso, il cui corso è ricalcato attualmente dall’asse di Via Mazzini. La basilica, come anche quella più famosa di San Vitale, fu edificata probabilmente sotto il vescovo Pietro II (494-519), il cui monogramma  si trova nella navata centrale, anche se è il vescovo Giovanni I (477-494) da ritenersi il vero fondatore. Tuttavia, l’abside fu probabilmente edificata nel secolo successivo, sotto il vescovo Agnello (556-569), con il contributo economico del banchiere ravennate  Giuliano Argentario, che aveva finanziato anche la costruzione della Basilica di San Vitale (Ravenna).

La chiesa originaria aveva il pavimento a circa 2,50 metri al disotto dell’attuale. Al posto dell’attuale giardino, un tempo cimitero, antistante la facciata della chiesa, si trovava un quadriportico, demolito nel Cinquecento  per far posto al campanile, nel quale si aprivano le tre porte della chiesa (sono ancora visibili gli architravi delle due porte laterali, ora interrate). Sempre nel giardino, si trovano dei pezzi di colonne, forse proprio quelle del quadriportico.

Contemporaneamente all’edificazione della torre campanaria (1560), all’interno della chiesa sono stati installati quattro altari rinascimentali, ancora in loco, situati nelle navate laterali. Nell’aprile del 1688, a causa di un terremoto, la decorazione musiva che adornava l’abside è andata totalmente perduta, eccetto che per alcuni frammenti. Dopo l’evento sismico, che danneggiò la struttura della chiesa, il piano del pavimento fu rialzato di 2,50 metri e l’abside, ormai disadorna, fu arricchita arricchita di suppellettili barocche. Verso la fine dell’Ottocento, poi, durante alcuni scavi, è stato ritrovato l’antico pavimento musivo paleocristiano, attualmente conservato altrove. Durante i restauri radicali del 1913-1918, condotti da Giuseppe Gerola, tutte le aggiunte barocche furono demolite e la facciata fu impreziosita dal bel protiro e dalla bifora rinascimentali. Durante i bombardamenti del 1944, l’abside fu quasi totalmente distrutta e con essa tutto ciò che restava degli affreschi rinascimentali. Il suo antico assetto è stato recuperato durante i restauri degli anni ’60, quando sono state riaperte le sue grandi finestre. Gli ultimi restauri risalgono agli anni ’80, quando furono rifatti il tetto ed il pavimento. Attualmente (2010) la chiesa è visitabile ed officiata regolarmente.